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Responsabilità sociale
degli atenei cattolici

· A Maynooth l’assemblea della Fiuc ·

Ezshwan Windingr «A braccia aperte»

Da Melbourne, dove tre anni fa si era tenuto l’ultimo incontro nell’università cattolica australiana, la Federazione internazionale degli atenei cattolici (Fiuc) è tornata a riunirsi nella vecchia Europa: si è infatti aperta ieri, lunedì 23 luglio, a Maynooth, in Irlanda, la ventiseiesima assemblea plenaria dell’organismo. Oltre duecento tra rettori, presidi e docenti delle strutture accademiche cattoliche di tutto il mondo si sono dati appuntamento con l’obiettivo di ripensare le tre grandi missioni degli organismi aderenti alla Fiuc, ovvero: l’insegnamento, la ricerca e il servizio alla società e alla Chiesa, nella prospettiva umanistica della cooperazione per l’edificazione di un mondo più giusto e solidale, tenendo conto delle singole identità culturali. Nel pomeriggio della giornata inaugurale il cardinale prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica ha tenuto la relazione introduttiva, di cui pubblichiamo ampi stralci in una nostra traduzione dall’inglese.

Negli ultimi tempi, la Fiuc ha lanciato due progetti di grande attualità: uno sulla responsabilità sociale delle università (Rsu) e uno per i migranti.

Riguardo al primo, oggi per molte persone non è più un “dato” che l’università serva il bene comune. La stessa Fiuc ha notato come l’ambiente accademico stia diventando sempre più commerciale — privilegiando i corsi Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) a spese degli studi umanistici — e che l’evoluzione di questa tendenza ponga interrogativi unici per l’istruzione superiore cattolica, in particolare per quanto riguarda il posto che la guida spirituale e i valori umani dovrebbero occupare in tale contesto.

Noi che riteniamo che l’università debba servire il bene comune, e che non debba essere solo a vantaggio delle future carriere degli studenti, dobbiamo misurare ciò che facciamo con le sfide del presente: le sfide di tutta l’umanità, comprese quelle delle generazioni future, non solo i problemi che noi universitari affrontiamo oggi. Infatti questo è un incontro non solo di atenei, ma di atenei cattolici e questa non è una differenza insignificante.

È il Vangelo che ci consente di vedere i progetti della Fiuc non come qualcosa di “aggiunto” al lavoro delle università cattoliche, ma come la loro essenza. Esso permette agli studenti (e agli insegnanti) di aprirsi al mondo che li circonda allargando gli orizzonti e rendendoli così studiosi migliori e cristiani migliori.

Sul fronte della solidarietà, all’inizio di Veritatis gaudium, il Papa mostra come le università cattoliche devono rimanere aggiornate, il che significa rimanere aggiornate con ciò che sta accadendo intorno a loro, con la nuova realtà... attraverso accordi internazionali che includano non solo questioni di interesse strettamente accademico — come la Convenzione di Lisbona qui in Europa — ma anche le iniziative delle Nazioni Unite, attraverso l’Unesco, che si occupano di facilitare l’istruzione per gruppi a volte svantaggiati come le ragazze, gli studenti in paesi in via di sviluppo, i rifugiati e gli sfollati.

La Chiesa è preoccupata che l’educazione sia permeata di solidarietà e che quest’ultima non sia semplicemente un “componente aggiuntivo” per ciò che facciamo nelle nostre università. Non è un’imposizione chiedere di rispondere all’imperativo cristiano di “amare il prossimo” e quindi dedicare tempo prezioso e risorse che potrebbero essere concentrate invece su interessi puramente accademici. Al contrario, laddove c’è solidarietà, il pensiero accademico, essendo centrato sull’unicità della persona umana, diventa esso stesso meno frammentato.

La solidarietà, quindi, sta nel cuore delle nostre università in quanto cattoliche, ma anche nel cuore delle nostre istituzioni cattoliche in quanto università. Come può manifestarsi questa solidarietà? Lascio alla Fiuc attraverso i suoi progetti e le sue discussioni, le soluzioni. Consentitemi solo di suggerirne alcune. Primo: fornire educazione nelle aree in cui essa è carente. Intendo qui che le università cattoliche nei paesi più ricchi collaborino con le istituzioni dei paesi in via di sviluppo, condividendo risorse umane e materiali. So che le università cattoliche sono già impegnate in questo lavoro. Ma dai miei numerosi incontri con i vescovi durante le loro visite ad limina, posso dire che i presuli dall’Africa in particolare chiedono sempre aiuti nel loro lavoro educativo. Per favore, tutte le università cattoliche dei paesi più ricchi devono vedere come parte della loro missione l’aiuto a quelle nei paesi in via di sviluppo. Non dimenticate mai le parole di Paolo VI: «La fame d’istruzione non è in realtà meno deprimente della fame di alimenti: un analfabeta è uno spirito sotto alimentato» (Populorum progressio, 26 marzo 1967, n. 35). Quindi, fornire istruzione o fornire agli altri i mezzi per educare è un’opera di vera solidarietà, ma anche di giustizia. Così come non vorremmo privare di cibo le nazioni in via di sviluppo, non possiamo vederle private dell’istruzione.

In secondo luogo permettetemi di dirvi che Papa Francesco è molto preoccupato della “colonizzazione ideologica”, attraverso gli aiuti dati alle nazioni più povere a condizione che insegnino teorie non cristiane prodotte dal mondo sviluppato. Quindi, quando le università cattoliche più ricche aiutano quelle più povere, devono anche tenere a mente questo problema.

Terzo: in un mondo in cui ovunque sorgono barriere di ogni tipo, l’educazione deve mostrare l’universalità della famiglia umana e il valore della costruzione di ponti. Il Santo Padre afferma che le nostre università dovrebbero anche sviluppare una visione universale dell’unità della famiglia umana a livello intellettuale. Questo è forse il compito più difficile. Eppure, sono sicuro che i membri della Fiuc sono in grado di rispondere a questa sfida.

In quarto luogo, vorrei accennare a un tema di grande attualità, che sta a cuore al Pontefice: solidarietà nel salvare la nostra casa comune, il pianeta terra. Questo non è un tema distinto dalla solidarietà: è parte integrante di essa. Pertanto, quando le università cattoliche si interrogano su come esaminare e affrontare la crisi ecologica, devono tener conto di ciò. Quando si studiano i problemi dell’ecosistema, non si possono escludere quelli dell’umanità. Certamente, non è una soluzione considerare l’umanità come il problema da cui la natura deve essere liberata. Le università cattoliche devono considerare i problemi dell’ecosistema e i problemi dei nostri fratelli uomini e donne come parte di un unico problema.

Infine, per ciò che concerne le migrazioni, il 4 novembre dello scorso anno, come membri della Fiuc avete avuto il privilegio di un’udienza con Papa Francesco, a conclusione della conferenza internazionale su «Rifugiati e migranti in un mondo globalizzato: responsabilità e risposte delle università». Il Santo Padre vi ha ringraziato per il vostro contributo nelle tre aree di vostra competenza: ricerca, insegnamento e promozione sociale.

Circa la ricerca sono lieto di congratularmi per il lavoro che state già svolgendo in questo settore, sia come singole università, sia come federazione, in particolare attraverso il vostro Centro internazionale di ricerca e decisione (Cirad), che «mira a promuovere la ricerca inter-universitaria e multidisciplinare nel quadro della cooperazione internazionale». Esso infatti sta studiando i problemi legati alla mobilità umana (migrazione e sfollati). Come una rete unitaria di istituzioni cattoliche, la Fiuc ha un grande potenziale per rispondere alla richiesta del Papa di ricerche sulla migrazione. Del resto cosa si potrebbe definire più “epocale” del fenomeno della migrazione globale, che è sulle prime pagine dei quotidiani quasi ogni giorno?

Riguardo all’insegnamento il Pontefice vi ha chiesto programmi volti a favorire l’istruzione dei rifugiati, a vari livelli, sia attraverso l’offerta di corsi anche a distanza per quanti vivono nei campi e nei centri di raccolta, sia attraverso l’assegnazione di borse di studio che permettano la loro ricollocazione. Approfittando della fitta rete accademica internazionale, le università possono anche agevolare il riconoscimento dei titoli e delle professionalità dei migranti e dei rifugiati, a beneficio loro e delle società che li accolgono. Inoltre occorre formare in modo specifico e professionale gli operatori pastorali che si dedicano all’assistenza di migranti e rifugiati. Infine gli atenei cattolici educhino i propri studenti, alcuni dei quali saranno leader politici, imprenditori e artefici di cultura, a una lettura attenta del fenomeno migratorio, in una prospettiva di giustizia, di corresponsabilità globale e di comunione nella diversità culturale.

Da ultimo, riguardo alla promozione sociale il Pontefice ha ricordato che le università possono svolgere il loro ruolo di attori privilegiati anche nel campo sociale, ad esempio incentivando al volontariato degli studenti in programmi di assistenza verso i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti appena arrivati. Triste a dirsi, ma gli atteggiamenti negativi verso queste categorie di persone si trovano anche nelle università cattoliche, perché quanti insegnano e studiano all’interno delle nostre mura vivono anche in una cultura che è diventata ostile all’altro.

di Giuseppe Versaldi

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24 agosto 2019

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