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Responsabilità reciproca

· ​Il filo rosso del movimento ecumenico ·

Si chiama Mutual Accountability Desk for Ecumenism ed è il progetto formativo promosso dai frati francescani dell’Atonement nel cinquantesimo anniversario del Centro Pro Unione di Roma. Si tratta di un itinerario ecumenico, ideato dalla co-direttrice Teresa Francesca Rossi, che attraverso lo sviluppo di alcuni micro-obiettivi intende approfondire la mutua conoscenza e la fiducia tra le confessioni cristiane. L’iniziativa viene presentata nel pomeriggio di giovedì 15 con una conferenza del segretario generale del World Council of Churches sul tema «Che cosa significa per i cristiani essere reciprocamente responsabili?». Anticipiamo, in una nostra traduzione, ampi stralci dell’intervento che verrà pubblicato integralmente dal bollettino del Centro Pro Unione.

Marc Chagall, «Esodo» (1952-1966)

Siamo abituati ad avvicinarci alla storia del movimento ecumenico e alle iniziative teologiche che l’hanno accompagnato e alimentato usando le lenti dell’unità, della testimonianza e del servizio, attraverso la koinonia, la missio Dei, la diaconia e il modo in cui tali temi finiscono nei loci theologici. Attraverso queste lenti il movimento è riuscito a trovare convergenza, e di fatto perfino consenso, in ambiti centrali dell’ecclesiologia, della dottrina e del sistema di governo, in modi che hanno portato al mutuo riconoscimento, alla comunione e perfino all’unione di Chiese nelle diverse regioni del mondo.
Tuttavia, sin dall’inizio del movimento organizzato c’è stata anche la percezione che l’impegno verso lo spirito e le attività dell’ecumenismo non significa solo tollerarsi a vicenda, aggirare le differenze o essere disposti a ignorare gli insulti, le condanne e i conflitti del passato, ma implica anche la comprensione sincera, perfino tollerante, delle tradizioni e dei tratti distintivi dell’altro. Per esempio, già nel 1913, poco dopo la conferenza di Edimburgo, quando il movimento iniziò a diffondersi, le Chiese ricevettero un opuscolo di 32 pagine “da un laico”, nel quale si chiedeva che l’imminente conferenza su “Fede e costituzione” fosse incentrata non su affermazioni contrapposte o negoziati tra Chiese o confessioni, bensì «su un’analisi onesta e amorevole delle nostre differenze». Coltivare «il vero spirito di conferenza» esige un esame incrociato delle nostre convinzioni, si legge, «non per sconfiggere e umiliare, ma per comprendersi gli uni gli altri». Ricorrendo a esempi tratti dall’ecclesiologia e dalla soteriologia, e alla luce dell’inesauribilità dei misteri divini, l’autore esortava a un «riverente agnosticismo» nei confronti delle spiegazioni teologiche nostre e altrui per «aprire il cammino perché tutti crescano a formare una mente sola».
Un «riverente agnosticismo»: è questo lo spirito o, in termini più tecnici, l’atteggiamento, che ho tracciato e identificato nel mio libro sulla responsabilità reciproca. Ho constatato che la responsabilità reciproca, quale atteggiamento sottostante, attraversa come un filo d’oro i decenni di lavoro della commissione Fede e costituzione. È stato addirittura un segno distintivo dell’intero movimento mentre cresceva, in modo sempre più esplicito, fino al tempo presente. Al di là o alla base della crescente convergenza su questioni teologiche specifiche, rendendo di fatto possibile tale comprensione e convergenza, è stata coltivata un’apertura radicale, accompagnata da umiltà, che definiamo responsabilità reciproca.

di Olav Fykse Tveit 

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19 ottobre 2019

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