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​Responsabilità etica
del filosofare

Suggestiva e originale questa ricerca di Calogero Caltagirone che, per rispondere all’attuale disorientamento che colpisce tutti gli ambiti dello scibile, con ripercussioni sul piano esistenziale, lancia un accorato richiamo alla responsabilità etica degli odierni pensatori. Dalla lettura del testo — Responsabilità etica del filosofare. "Alfabeti" per un ethos condiviso, (Roma, Edizioni Studium, 2018, pagine 224, euro 22.50) — emerge che, alla base dell’attuale relativismo ci sia un totale fraintendimento del pluralismo. «Un’eccessiva fiducia nelle risorse della ragione tecnocratica e strumentale priva di un più alto e oggettivo confronto con altre forme di razionalità». Certo nessuno vuole smentire il valore della ragione strumentale, ma questa non può negare la validità di altri approcci di ricerca, che equivarrebbe a riconoscere il valore della scienza negando quello della sapienza e dell’esistenza. Più o meno consapevolmente, un simile approccio ha determinato un modo di pensare e di agire paradossale. «Questa posizione non rifiuta esplicitamente la possibilità di formulare giudizi morali, ma solo la loro universalizzabilità, senza tenere presente che in ultima analisi, non accettare l’universalizzabilità equivale a non accettare la possibilità di formulare giudizi morali». Il che significa, e il tutto viene da lontano, ridurre la morale alla dimensione del soggettivismo estetico confondendo il bello, o quello che almeno così pare, con il buono. Meravigliarsi che siano avvenuti fatti inqualificabili, come quelli della Shoah, può risultare davvero malinconico se poi non si afferma con forza l’impossibilità di aderire a una cultura filosofica che pretendeva, proprio perché priva di riferimenti morali oggettivi, di andare al di là del bene e del male. Da qui la necessità «di delineare un habitus, una struttura mentale, uno stile etico, sicché il giudizio sulla totalità del reale» sia in grado di «intercettare i mutamenti in atto, di discernere ciò che è buono da ciò che è cattivo e scadente». Come è possibile riuscire in quest’intento in una cultura che rifiuta la ricerca dei fondamenti e del senso dell’esistenza salvo, poi, ancorarsi a «dogmatismi striscianti» e ben più pericolosi di quelli passati perché ammantati da un’aurea di vuota tolleranza? Da qui la responsabilità del filosofo che deve operare considerando la «vita concreta dell’umano nella sua integralità (...). Il filosofo, in questo senso, non è il portavoce di una determinata cultura, ma è colui che, intercettando i mutamenti sociali e le loro radici culturali (...) è convinto di dire qualcosa che riguarda l’essere della realtà». Compito arduo e complesso, ma che dovrebbe stimolare ogni pensatore, a prescindere dai propri pregiudizi che, spesso, mascherano solo alcuni tornaconti. Una filosofia, insomma, che sia al servizio del bene, accantonando la sola ricerca del proprio utile. Questi temi sono sviscerati soprattutto nei due capitoli conclusivi ai quali, i precedenti, fungono da vera e propria introduzione teoretica anche se affrontano argomenti concreti e sono di per sé esaurienti. Determinante appare il capitolo iii, anche per la sua attualità, dato che tratta dei potenziali antropologici ed etici dei fenomeni migratori. Pagine che spiegano l’intero lavoro non essendo il filosofare attività da svolgersi in una turris eburnea lontana dalla realtà, ma attività che implica senso di responsabilità del filosofo alla quale nessuno studioso può sottrarsi.

di Rocco Pezzimenti

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23 aprile 2019

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