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Responsabilità e prevenzione

· Sui recenti crolli in Italia ·

Un morto a Firenze. Un crollo a Roma. Il “patrimonio minacciato” sembra rovesciare i termini del problema e divenire minaccioso.
La civile Inghilterra per questo genere di episodi ha coniato, con ogni rispetto, una espressione act of God che consente anche giuridicamente di evitare la ricerca di eventuali responsabilità o corresponsabilità. E non vi è dubbio che in certi casi — del tutto imprevedibili — l’eventuale responsabile, come individuo, sia più sfortunato che colpevole. Ma anche per evitare che altri responsabili si arrocchino, per propria sicurezza, in misure precauzionali esagerate, chiudendo i luoghi. Qualcosa del genere sta già accadendo nei campi dell’istruzione o della medicina: il responsabile pare distratto dal proprio compito dall’idea di uscirne indenne.

L’interno della basilica  di Santa Croce a Firenze

Allora una prima considerazione: se nessuno è responsabile per le stragi, per i crolli dei monti nei laghi artificiali (come il monte Toc nel bacino del Vajont) o per il cedimento di dighe innalzate con i fanghi solubili di lavaggio dei minerali estratti (come a Stava), per i giochi d’azzardo con gli aerei tra i cavi delle funivie cariche di persone, perché mai dovrebbe pagare un addetto o uno stipendiato che certo non era in condizione di prevedere, né a maggior ragione di provvedere? Pare piuttosto anche lui un malcapitato, sia pure meno sfortunato della vittima vera e propria. La sete di giustizia rischia di divenire rabbia, ma non dovrebbe prevalere sulla fraternità: specie quando si tratta di eventi che possono capitare a chiunque, indipendentemente dalle attenzioni e dalla diligenza profuse.
Un secondo rischio da scongiurare è quello di cedere alla tentazione del moderno e del nuovo, come se fosse migliore e più sicuro. Se questo può valere per i veicoli, per gli aeroplani, per gli ospedali, invece per l’ambiente storico costruito si tratta di una deriva verso il consumismo che riporta alla mente un articolo del 1942 ( A Book of English Essays Snobberies Penguin ) di Aldous Leonard Huxley, che ci descrive tutti come in preda allo snobismo della modernità. Non dobbiamo dimenticare che l’unica casa interamente crollata a Sellano nel 1997 era quella i cui solai e i cui tetti in legno erano stati rifatti in cemento. O che la casa dello studente e l’ospedale all’Aquila erano relativamente recenti. E si potrebbe continuare. Il nostro ambiente, specie quello storico e monumentale, non è affatto meno sicuro perché antico. Anzi. Le rovine significano certo lo stato di rudere di un edificio parzialmente collassato, ma testimoniano anche resistenza, sopravvivenza o come si dice ora resilienza. L’architettura storica è ampiamente testata e offre garanzie intrinseche indipendenti dalle modellazioni. Il municipio di Tolentino, pur se inagibile, è rimasto in piedi dopo le ultime scosse perché i tetti in cemento armato erano stati eliminati e ricostruiti in legno per tempo, ripristinati nella loro originaria struttura tradizionale più leggera ed elastica dopo il sisma Marche-Umbria e dopo il terremoto dell’Aquila.
Un terzo aspetto riguarda alcune considerazioni sulla cosiddetta “messa a norma”, ovvero rispondenza delle costruzioni alla normativa vigente. I migliori esperti alla fine del secondo millennio hanno introdotto in proposito una sapiente alternativa all’adeguamento, che a volte per l’edilizia storica è poco praticabile o addirittura impossibile (e sempre comunque impegnativo e costoso). Si tratta del miglioramento. Ogni intervento, manutentivo o di trasformazione, deve essere migliorativo nel senso di avvicinarsi ai requisiti richiesti dalla normativa e soprattutto non deve essere peggiorativo. Con questo accorgimento non si scoraggiano interventi graduali e ridotti, alla portata delle possibilità economiche effettive, che un poco alla volta possono agevolare il raggiungimento dei risultati attesi. Passo passo.
Tutto questo non significa certo — indipendentemente dalla individuazione di eventuali responsabilità e colpe — che non si possa e non si debba far nulla. E se si è partiti con alcuni ammonimenti per evitare di strafare, si può nondimeno considerare cosa invece manca e va fatto.
Anche per esigenze di occupazione, ma soprattutto per una maggiore attenzione al patrimonio, occorre adeguarsi alle direttive europee e dare attuazione alla figura del responsabile di sito. È necessario infatti garantire attenzioni, cure e manutenzioni continue. Specie nei mestieri tradizionali e nelle tecniche antiche occorre garantire il cosiddetto “passaggio del testimone”, ridando vigore ad “opere della fabbrica” (le ope) e fabbricerie. Vere e proprie scuole, tradizioni di arti e mestieri, del fare. Occorre ripristinare l’istituto medievale della Dicatio ad muros, che consentiva di disporre stabilmente della rendita di una dote per i principali monumenti e per le più essenziali istituzioni.
Occorre soprattutto dare attuazione a una idea trascurata, sottovalutata, dimenticata, anzi meglio del tutto ignorata: quella della manutenzione e della conservazione programmata promossa da Giovanni Urbani. Il ministro Dario Franceschini ha recentemente nominato un apposito gruppo di lavoro con il compito di dare attuazione al comma 5 dell’articolo 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, con la formulazione di linee guida tecniche per la conservazione programmata, per consentire cioè una ripresa di quel cammino che da sentiero inselvatichito dovrebbe trasformarsi in via maestra.
Soprattutto poi, questo insieme di considerazioni dovrebbero consentire di rendere onore al merito e non solo castigo al demerito. Mentre invece, qui da noi, “uomini d’onore” è ancora sinonimo di malavitosi. E occorre allora considerare a tutto tondo la particolarità della condizione italiana. Che è quella di un paese affollato che scoraggia l’afflusso e la permanenza delle persone. Si può parlare di storia della malavita e del malaffare, per cercare di comprendere e di prevenire, non certo per giustificare. Non si tratta solo, ovviamente, della anomalia della pressione fiscale, del peso di una tassazione che agisce a ripetizione, come una raffica, ma anche delle spese obbligatorie. Nel caso dei lavori non è affatto raro superare di molto con le tassazioni il cinquanta per cento dello stanziamento, poi si aggiunge l’iva al ventidue per cento, quindi gli oneri per spese generali e utile d’impresa, compresi per legge tra il 24,3 per cento e il 26,5 per cento. Si aggiungano le spese ovviamente obbligatorie per progettazione, direzione dei lavori, collaudo delle opere, piani di sicurezza. Se poi si incappa in fenomeni di corruttela o in tangenti il lavoro vero e proprio non può farsi affatto. Dobbiamo allentare questa morsa per poter assicurare le cure necessarie al patrimonio. Dobbiamo anche imparare a ottenere i fondi europei ai quali abbiamo diritto di ambire. I paesi più virtuosi ed efficienti superano il cento per cento di quel che spetta loro perché attingono anche alle quote lasciate inutilizzate dagli inerti. L’Italia di anno in anno utilizza circa il ventitré per cento di quanto avrebbe diritto di ottenere, in base a quanto versa periodicamente all’Europa. Il problema come si vede non è l’euro, la moneta unica, ma l’inerzia nel comprendere come ottenere i finanziamenti, l’indolenza nel seguire i processi di ottenimento dei fondi.
Ci sarebbero sia pure in breve da aggiungere, se fossimo pronti e vigili, davvero disponibili e interessati alla tutela del nostro straordinario patrimonio storico artistico, tutti gli adempimenti oggi possibili con un efficace ricorso alle nuove tecnologie. Basti un esempio: si è accesa una polemica sulla celerità o meno dei puntellamenti, che spesso sono rischiosi per le squadre incaricate di porli in opera. Ma nessuno ha notato la carenza di un volo tempestivo e sistematico coi droni. Eppure ve ne sono in quantità, civili, militari e perfino di associazioni e privati. Si potrebbero così evitare lungaggini infinite per cercare di valutare equamente ex post, sulla base delle sole richieste, le ripartizioni delle indennità per la ricostruzione che spettano a ciascuno. Una burocrazia infinita potrebbe semplificarsi molto con la documentazione oggettiva dei danni. Anche le ricostruzioni potrebbero avvalersene.

Per concludere, tornando sugli ultimi contenuti crolli, non è nemmeno possibile scartare del tutto una ipotesi: quella di episodiche ripercussioni, a distanza di spazio e di tempo, degli ultimi sismi.

di Francesco Scoppola

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18 marzo 2019

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