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​Responsabilità e fedeltà
al servizio della giustizia

· La relazione del segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede ·

La seconda relazione della mattinata è stata affidata all’arcivescovo di Malta, segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, che ha approfondito il tema: «Assunzione di responsabilità per il trattamento dei casi di crisi di abuso sessuale e per la prevenzione degli abusi». Ne diamo di seguito una traduzione dall’originale in inglese.

Il modo in cui noi vescovi esercitiamo il nostro ministero al servizio della giustizia nelle nostre comunità è una delle prove fondamentali della nostra corresponsabilità e, di fatto, della nostra fedeltà. Per citare il Signore in Luca 12, 48: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Ci è stata affidata la cura del nostro popolo. È nostro sacro dovere proteggere il nostro popolo e garantire la giustizia di quanti siano stati abusati.

Nella sua lettera ai cattolici dell’Irlanda, pubblicata il 19 marzo 2010, Papa Benedetto XVI ha detto questo: «Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». (n. 4b)

Il mio intervento di questa mattina intende ripercorrere le principali fasi dei processi dei singoli casi di abusi sessuali su minori da parte di membri del clero con alcuni suggerimenti pratici dettati dalla prudenza, dalle best practices e dalla primaria preoccupazione per la salvaguardia dell’innocenza dei nostri bambini e dei nostri giovani.

Segnalazione di atti di cattiva condotta sessuale

La prima fase è la segnalazione di atti di cattiva condotta sessuale.

È essenziale che la comunità sia informata del fatto che ha il dovere e il diritto di denunciare l’atto di cattiva condotta sessuale a una persona di riferimento nella diocesi o nell’ordine religioso. Tali contatti devono essere di pubblico dominio. È consigliabile che nell’eventualità un caso di cattiva condotta venga riferito direttamente al vescovo o al superiore religioso, questi ultimi riportino le informazioni all’interlocutore designato.

In ogni caso e per tutte le fasi di gestione di ciascuno di essi, questi due aspetti dovrebbero essere sempre osservati in ogni momento: i) i protocolli stabiliti devono essere rispettati; ii) devono essere rispettate le leggi civili o nazionali. È importante che ogni accusa sia esaminata con l’aiuto di esperti e che l’indagine sia conclusa senza inutili ritardi. Il discernimento dell’autorità ecclesiastica deve essere collegiale. In un certo numero di Chiese locali sono stati istituiti comitati di revisione o commissioni di tutela e questa esperienza si è rivelata utile.

È un tale sollievo per noi vescovi quando siamo in grado di condividere il nostro dispiacere, il nostro dolore e la nostra frustrazione di fronte ai terribili effetti della cattiva condotta di alcuni dei nostri sacerdoti. La consulenza di esperti porta luce e conforto e ci aiuta ad arrivare a decisioni basate sulla competenza scientifica e professionale. Affrontare i casi che si presentano in un contesto sinodale o collegiale darà la forza necessaria ai vescovi per raggiungere in modo pastorale le vittime, i sacerdoti accusati, la comunità dei fedeli e persino la società in generale. Tutte queste persone richiedono un’attenzione particolare e il vescovo e il superiore religioso devono far giungere il proprio supporto pastorale di persona o attraverso i propri delegati. Come pastori del gregge del Signore non dobbiamo sottovalutare la necessità di confrontarci con le profonde ferite inflitte alle vittime di abusi sessuali da parte dei membri del clero. Sono ferite di natura psicologica e spirituale che devono essere curate con la massima premura. Nei miei numerosi incontri con le vittime in tutto il mondo mi sono reso conto che questo è un terreno sacro dove incontriamo Gesù sulla Croce. Questa è una Via Crucis cui noi vescovi e altri leader della Chiesa non possiamo sottrarci. Dobbiamo essere Simone di Cirene nell’aiutare le vittime con le quali Gesù si identifica (Matteo 25) a portare la loro pesante croce.

Indagine sulla cattiva condotta sessuale

In base al motuproprio Sacramentorum sanctitatis tutela, il risultato dell’indagine sulla cattiva condotta sessuale del clero con minori di 18 anni deve essere riferito alla Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). In questi casi, l’ordinario è autorizzato dal diritto canonico ad applicare misure cautelative (Codex iuris canonici [Cic] 1722) che limitano o vietano l’esercizio del ministero. L’ordinario dovrebbe consultare i suoi esperti canonici in tutti i casi di cattiva condotta sessuale, in modo che il rinvio sia fatto quando è necessario e che siano adottate procedure adeguate a livello locale, quando il caso non sia di pertinenza della Santa Sede (per esempio, quando la cattiva condotta si verifichi tra adulti consenzienti). Gli esperti aiuteranno inoltre il vescovo o il superiore religioso a condividere con la Cdf tutte le informazioni necessarie e lo aiuteranno a esprimere il suo parere sia sul merito delle accuse che sulle procedure da adottare. È consigliabile che l’ordinario segua il caso con la Cdf. Il vescovo o superiore religioso si trova nella migliore posizione per comprendere il potenziale impatto che l’esito del caso può avere sulla sua comunità. La Cdf prende sul serio il consiglio del vescovo ed è sempre disponibile a discutere i singoli casi con le autorità ecclesiastiche competenti.

Processo penale canonico

Nella maggior parte dei casi riferiti alla Cdf, la Santa Sede autorizza un processo penale canonico. La maggior parte dei processi penali canonici sono di tipo extragiudiziale o amministrativo (Cic 1720). I procedimenti penali giudiziari sono autorizzati in un numero minore di casi. In entrambi i tipi di processo, l’ordinario ha il dovere di nominare delegati e periti o giudici e promotori di giustizia che siano prudenti, qualificati accademicamente e rinomati per il loro senso di imparzialità. Nel nostro sistema, così come si presenta attualmente, il ruolo della vittima di abuso sessuale nei procedimenti canonici è limitato. Il supporto pastorale dell’ordinario aiuterà a colmare questa lacuna.

La persona responsabile della tutela nella diocesi o nell’ordine religioso dovrebbe essere in grado di condividere le informazioni sullo stato di avanzamento del procedimento con la vittima, o le vittime, del caso. Nel processo penale giudiziario la vittima ha il diritto di intentare una causa per danni dinanzi al giudice ecclesiastico di primo grado. Nel caso di un procedimento penale amministrativo questa iniziativa deve essere presa dall’ordinario a nome della vittima, chiedendo al delegato di concedere il risarcimento dei danni a favore della vittima come conseguenza subordinata a un’eventuale decisione di colpevolezza. L’essenza di un processo giusto richiede che l’imputato sia a conoscenza di tutte le discussioni e prove a suo carico; che all’imputato sia concesso il pieno beneficio del diritto di presentare la propria difesa; che la sentenza sia emessa sulla base dei fatti del caso e della legge applicabile al caso; che una sentenza o decisione motivata sia comunicata per iscritto all’imputato e che l’imputato abbia facoltà di impugnazione avverso una sentenza o decisione che gli arrechi pregiudizio.

Una volta che l’ordinario, seguendo le istruzioni della Cdf, nomina un delegato e i suoi periti in un processo amministrativo, o nomina i membri del tribunale in un processo penale giudiziario, deve lasciare che le persone nominate facciano il loro lavoro e deve astenersi dall’interferire nel processo. Resta, tuttavia, suo dovere garantire che il processo si svolga in modo tempestivo e secondo il diritto canonico. Un processo penale canonico, sia giudiziario che amministrativo, si conclude con uno dei tre possibili esiti: una decisio condemnatoria (dove il reus è ritenuto colpevole di un delitto canonico); una decisio dimissoria (dove le accuse non sono state dimostrate); o una decisio absolutoria (dove l’imputato è dichiarato innocente). Una decisio dimissoria potrebbe creare un dilemma.

Il vescovo o superiore religioso potrebbe ancora trovarsi in difficoltà nel consentire all’accusato di tornare a esercitare il suo ministero nel caso in cui le accuse siano credibili, ma il caso non sia stato provato. In queste circostanze è essenziale la consulenza di esperti e l’ordinario dovrebbe usare la propria autorità per garantire il bene comune e assicurare l’effettiva tutela dei bambini e dei giovani.

Confronto con la giurisdizione degli Stati

Un aspetto essenziale dell’esercizio della corresponsabilità in questi casi è l’opportuno confronto con la giurisdizione dello Stato. Stiamo parlando di cattiva condotta che è anche un reato in tutte le giurisdizioni degli Stati. La competenza delle autorità statali dovrebbe essere rispettata. Le norme che regolano la comunicazione delle denunce dovrebbero essere seguite attentamente e uno spirito di collaborazione andrà a beneficio sia della Chiesa che della società in generale.

I tribunali civili hanno facoltà di punire i reati e di risarcire i danni ai sensi delle leggi in materia civile. I limiti di legge in materia civile o i criteri di prova possono essere diversi da quelli applicati nei procedimenti canonici. Differenti risultati per lo stesso caso non sono un evento raro. In una serie di procedimenti canonici, gli atti presentati o prodotti nel corso di un procedimento civile sono presentati come elemento di prova. Ciò avviene molto spesso nei casi di acquisizione, possesso o divulgazione di pornografia minorile in cui le autorità statali dispongono di migliori mezzi di individuazione, sorveglianza e accesso alle prove. La differenza di leggi relative ai termini di prescrizione è un altro motivo di diversità di risultati di un medesimo caso deciso in giurisdizioni diverse. Il potere della Cdf di derogare alla prescrizione ventennale è ancora invocato in un certo numero di casi storici, ma è vero che esso non dovrebbe essere la norma ma, piuttosto, l’eccezione. La ratio legis sta nel fatto che l’accertamento della verità e la garanzia della giustizia richiedono la possibilità di esercitare la competenza giurisdizionale in favore del bene comune anche nei casi in cui il reato sia stato commesso lontano nel tempo.

Attuazione dei provvedimenti canonici

Il vescovo e il superiore religioso hanno il dovere di vigilare sull’attuazione e l’esecuzione delle legittime conseguenze dei procedimenti penali. Si deve tener conto del diritto dell’imputato di ricorrere ai mezzi consentiti dalla legge contro un’azione penale che lo danneggia. Una volta esaurita la fase di appello è dovere dell’ordinario informare la comunità sull’esito definitivo del processo. La sentenza che stabilisce la colpevolezza dell’imputato e la pena inflitta devono essere attuate senza indugio. Le sentenze che stabiliscono l’innocenza dell’imputato devono essere anch’esse debitamente rese pubbliche. Sappiamo tutti che è molto difficile risanare il buon nome di un sacerdote che potrebbe essere stato ingiustamente accusato. La questione dell’assistenza successiva in questi casi riguarda anche la cura delle vittime che sono state tradite negli aspetti più fondamentali e spirituali della loro personalità e del loro essere. Anche le loro famiglie sono profondamente colpite e l’intera comunità deve condividere il peso della loro vita e accompagnarli verso la guarigione.

Le parole di Benedetto XVI ai vescovi d’Irlanda, il 28 ottobre 2006, risuonano oggi più profetiche: «Nell’esercizio del vostro ministero pastorale, negli ultimi anni avete dovuto rispondere a molti casi dolorosi di abusi sessuali su minori. Questi sono ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico. Le ferite causate da simili atti sono profonde, ed è urgente il compito di ristabilire la confidenza e la fiducia quando queste sono state lese. Nei vostri sforzi continui di affrontare in modo efficace questo problema, è importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi. In tal modo la Chiesa in Irlanda si rafforzerà e sarà sempre più capace di dare testimonianza della forza redentrice della Croce di Cristo. Prego affinché per grazia dello Spirito Santo questo tempo di purificazione consenta a tutto il popolo di Dio in Irlanda di “mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto” (Lumen gentium, n. 40). L’ottimo lavoro e il generoso impegno della grande maggioranza dei sacerdoti e dei religiosi in Irlanda non devono essere oscurati dalle trasgressioni di alcuni loro fratelli. Sono certo che la gente lo capisce e che continua a guardare al suo clero con affetto e stima. Incoraggiate i vostri sacerdoti a cercare sempre il rinnovamento spirituale e a scoprire di nuovo la gioia di prendersi cura del loro gregge in seno alla grande famiglia della Chiesa».

Prevenzione dell’abuso sessuale

La nostra corresponsabilità dovrebbe anche comprendere la questione urgente e a lungo termine della prevenzione degli atti di cattiva condotta sessuale in generale e dell’abuso sessuale sui minori in particolare. Nonostante la mancanza di candidati al sacerdozio in alcune parti del mondo, ma anche in vista di una fioritura di vocazioni in altre zone, la questione della scelta dei futuri candidati rimane essenziale. I documenti più recenti della Congregazione per il clero sui programmi di formazione umana dovrebbero essere studiati e attuati in modo approfondito. Per citare la più recente Ratio fundamentalis (8 dicembre 2016): «Massima attenzione dovrà essere prestata al tema della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, vigilando con cura che coloro che chiedono l’ammissione in un Seminario o in una casa di formazione, o che già presentano la domanda per ricevere gli Ordini, non siano incorsi in alcun modo in delitti o situazioni problematiche in questo ambito. Uno speciale e pertinente accompagnamento personale dovrà essere assicurato dai formatori a coloro che abbiano subito esperienze dolorose in questo ambito. Nel programma sia della formazione iniziale che di quella permanente, sono da inserire lezioni specifiche, seminari o corsi sulla protezione dei minori. Una informazione adeguata deve essere impartita in modo adatto e dando anche rilievo alle aree di possibile sfruttamento o di violenza, come, ad esempio, la tratta dei minori, il lavoro minorile e gli abusi sessuali sui minori o sugli adulti vulnerabili» (n. 202).

Una giusta ed equilibrata comprensione delle esigenze del celibato sacerdotale e della castità dovrebbe essere sostenuta da una profonda e sana formazione alla libertà umana e a una sana dottrina morale. I candidati al sacerdozio e alla vita religiosa dovrebbero nutrire e crescere in quella paternità spirituale che dovrebbe rimanere la motivazione di base per una generosa donazione di se stessi alla comunità di fede, sull’esempio di Gesù buon pastore.

Il vescovo e il superiore religioso dovrebbero esercitare la loro paternità spirituale vis-à-vis nei confronti dei sacerdoti affidati alle loro cure. Questa paternità si realizza attraverso l’accompagnamento con l’aiuto di sacerdoti prudenti e santi. La prevenzione è più efficace quando i protocolli sono chiari e i codici di condotta ben noti. La risposta alla cattiva condotta dovrebbe essere giusta e anche equilibrata. I risultati dovrebbero essere chiari fin dall’inizio. Soprattutto, l’ordinario ha la responsabilità di garantire e promuovere il benessere personale, fisico, mentale e spirituale dei sacerdoti. I documenti del magistero su questo tema sottolineano la necessità di una formazione permanente e di momenti e luoghi in cui vivere la fraternità nel presbyterium.

Un buon corresponsabile rafforzerà la sua comunità attraverso l’informazione e la formazione. Ci sono già esempi di best practice in diversi paesi in cui intere comunità parrocchiali hanno ricevuto una formazione specifica in materia di prevenzione. Questa esperienza valida e positiva deve crescere in termini di accessibilità ed estensione in tutto il mondo. Un altro servizio alla comunità è la disponibilità di un facile accesso ai meccanismi di comunicazione, in modo che la cultura della divulgazione non sia promossa solo dalle parole ma anche incoraggiata dai fatti. I protocolli di salvaguardia dovrebbero essere facilmente accessibili in un linguaggio chiaro e diretto. La comunità di fede affidata alla nostra tutela deve sapere che facciamo sul serio. Devono conoscerci come paladini della loro sicurezza e di quella dei loro figli e dei loro giovani. Li coinvolgeremo con franchezza e umiltà. Li proteggeremo a ogni costo. Daremo la nostra vita per le greggi che ci sono state affidate.

Un altro aspetto della corresponsabilità nella prevenzione è la selezione e la presentazione del candidato alla missione di vescovo. Molti chiedono che il processo sia più aperto al contributo dei laici della comunità. Noi vescovi e superiori religiosi abbiamo il sacro dovere di aiutare il Santo Padre ad arrivare a un giusto discernimento sui possibili candidati alla leadership come vescovi. È un grave peccato contro l’integrità del ministero episcopale nascondere o sottovalutare fatti che possano indicare carenze nello stile di vita o nella paternità spirituale circa quei sacerdoti soggetti alla verifica pontificia sulla loro idoneità all’ufficio di vescovo.

A questo punto vorrei offrire un’altra citazione dalla lettera di Papa Benedetto XVI al popolo di Dio in Irlanda, il 19 marzo 2010, questa volta espressamente indirizzata ai vescovi: «Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori furono commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l’estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che furono commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell’affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza. Chiaramente, i superiori religiosi devono fare altrettanto. Anch’essi hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della Chiesa in Irlanda per la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste ed aggiornate e che siano applicate in modo pieno ed imparziale in conformità con il diritto canonico».

«Soltanto un’azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potrà ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dal vostro esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell’Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l’espressione di Sant’Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati ad essere seguaci di Cristo (cfr. Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle».

«Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr. 1 Pt 3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare ad essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo». (n.11)

Conclusioni

Come ha scritto Papa Francesco nella sua Lettera al popolo di Dio (20 agosto 2018): «È imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui. La coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione».

di Charles Jude Scicluna

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