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Requiem
per un impero defunto

· I reportage di Joseph Roth sui paesi dell’Europa orientale ·

Una scena del film di Ermanno Olmi «La leggenda del santo bevitore»

La recente, discutibile scelta del governo di Varsavia di condannare l’uso della definizione “campi polacchi” riferita ai lager nazisti dislocati in Polonia ha inferto una ferita grave non solo ai sopravvissuti e in genere a tutti gli ebrei, ma anche alla verità della storia. E viene da ricordare un doloroso episodio avvenuto nel 2009 all’università di Lublino.

Invitato per una testimonianza in occasione della Giornata della memoria, lo scrittore Marek Halter rievocò i 3 milioni e mezzo di ebrei polacchi sterminati e chiese di far coincidere quella giornata dedicata alle vittime dell’Olocausto con una giornata di pentimento: «Certo, non sono stati propriamente i polacchi a ucciderli, ma la maggioranza tra loro, come ricordava il poeta Czesław Miłosz, premio Nobel della letteratura nel 1980, non li ha nemmeno granché aiutati... Il pentimento mi sembra assolutamente indispensabile: come potrebbero altrimenti i polacchi riappropriarsi finalmente della loro storia, compresa la parte ebraica del loro passato?».

Di fronte a questo invito, un silenzio di tomba calò in sala, fino a quando uno dei presenti intervenne duramente, chiedendo ad Halter come mai non avesse chiesto di pentirsi anche ai russi, colpevoli di aver massacrato centinaia di migliaia di polacchi «assieme ai comunisti ebrei». Solo l’intervento del vescovo della città, che ha chiesto scusa allo scrittore, ebreo di origini polacche, ha chiuso le polemiche.

Come si vede, i conti con la storia sono ben lungi dall’essere stati fatti anche ben oltre settant’anni anni dopo. E nonostante il concilio e il pontificato di Papa Wojtyła, con i suoi gesti straordinari e i suoi chiarissimi mea culpa verso i fratelli ebrei.

La vicenda mi è tornata in mente leggendo quanto scritto da Joseph Roth nei suoi reportage sulla Polonia alla fine degli anni Venti del secolo scorso.

La giovane repubblica finalmente libera e autonoma viveva un clima di forte nazionalismo che rischiava di opprimere le minoranze che vivevano al suo interno, quelle ucraina e lituana in particolare. Solo quella tedesca — annotava sul «Frankfurter Zeitung» il 9 settembre 1928 — pareva non avere particolari problemi ed essere ben integrata. Allora esistevano una quindicina di partiti politici che rappresentavano la popolazione tedesca, fra cui l’Unione nazionalsocialista, e addirittura 104 giornali e riviste in lingua tedesca.

Così, forse perché lui stesso si sentiva parte di quella minoranza, essendo nato in Galizia e poi trasferitosi a Vienna e Berlino, poteva scrivere: «In quei tedeschi, separati a forza dal Reich e che avrebbero preferito rimanere nello Stato tedesco, non vedo solo le vittime di una sventura nazionale, bensì i missionari di un’idea nazionale», specificando poi che in loro osservava «i cordiali, pacifici e valorosi rappresentanti di una missione tedesca che sicuramente esiste e che non sta a significare una conquista, bensì una fecondazione del mondo».

Parole che si sarebbero rivelate amarissime solo pochi anni dopo, quando la rivalsa per la sconfitta nella grande guerra avrebbe portato Hitler al potere. E la Polonia sarebbe stata fra le prime nazioni a subire il sogno paranoico di dominazione del mondo della Germania.

Gli scritti di Roth sono ora pubblicati dall’editore Passigli col titolo Viaggio ai confini dell’impero per la cura di Vittoria Schweizer (Bagno a Ripoli, 2017, pagine 128, euro 10). Il grande scrittore era inviato speciale per conto dei principali quotidiani tedeschi e si spinse nei paesi dell’Europa orientale, dalla Galizia all’Ucraina alla Polonia, giungendo fino ai Balcani, in quella Sarajevo che era stata teatro dell’evento scatenante il primo conflitto mondiale.

Amarezza e rimpianto per la fine dell’impero asburgico sono le note dominanti dei suoi reportage: la fine di un mondo che era stato capace di tenere uniti popoli diversi preservando la loro cultura. «Non sarebbe dovuto accadere — annota tristemente nell’agosto 1928 — che per mano di esperti di geografia europei e americani un grande popolo di trenta milioni di persone, suddiviso in molte minoranze nazionali, continuasse a vivere in Stati diversi».

Nella sua Galizia, “il grande campo di battaglia della grande guerra”, egli vede un paesaggio ancora devastato. Segno di una deturpazione ben raffigurata in un villaggio da un Cristo divenuto famoso, «la cui croce è stata ridotta in frantumi da una pallottola sarcastica, così che è rimasto soltanto il redentore in pietra: al moncone della croce i piedi sanguinanti inchiodati e le braccia spalancate in una disperata incomprensione di quel Dio che tace e di quel mondo che spara. Un salvatore crocifisso senza essere appeso alla croce». Quella statua è il simbolo stesso della guerra: tutt’intorno cicatrici orribili, case e campagne ancora distrutte. La sua nostalgia va anche al mondo degli shtetl, quei villaggi in cui si parla yiddish e che Roth intuisce come stia per finire. E ricorda il pogrom di Leopoli avvenuto durante la guerra ucraino-polacca nel novembre 1918, cui ne sarebbero seguiti altri fra Polonia, Ucraina e Bielorussia, compiuti da nazionalisti ucraini, funzionari polacchi e soldati dell’Armata rossa e in cui decine di migliaia di ebrei vennero uccisi. A Leopoli un tempo «si sentiva parlare in russo, polacco, romeno, tedesco e yiddish: era come una piccola filiale del grande mondo».

Il lamento di Roth per una civiltà scomparsa, caratterizzata dalla tolleranza religiosa, si fa in queste pagine sempre più acuto e raggiunge il culmine nel capitolo su Sarajevo, «città innocente ma maledetta, triste involucro della più terribile delle catastrofi».

Qui tutto ha avuto inizio, le carneficine, le fosse comuni, i gas tossici, i militi ignoti, le vedove di guerra, i milioni di morti nelle trincee. Sarajevo per Roth «non dovrebbe essere una città, dovrebbe essere un monumento, a terribile memoria di tutti».

Nessuno come Roth ha saputo raccontare con così grande forza la dissoluzione storica della civiltà danubiana e la disgregazione dell’ebraismo orientale. Pochi anni dopo aver pubblicati questi scritti giornalistici, a causa dell’antisemitismo egli sarebbe dovuto emigrare a Parigi, città in cui giunse nel 1933 e dove finì per affogare la sua disperazione nell’alcol. Qui morì sei anni più tardi, a soli 45 anni, afflitto per la nuova tragedia che sovrastava l’Europa.

Resto convinto che, oltre ai suoi grandi romanzi dedicati alla finis Austriae (come La cripta dei cappuccini e La marcia di Radetzky, per citare le più emblematiche), le sue opere più profonde restano Giobbe e La leggenda del santo bevitore. La prima, pubblicata nel 1930, è una parabola commovente che descrive la vita di «un uomo di nome Mendel Singer» e l’esistenza drammatica della sua famiglia. Una vita che sembra ripetere la vicenda del personaggio biblico e che dopo tante sventure conduce Singer a voler “bruciare Dio”. Fino al miracolo del figlio Menuchim di cui aveva perduto le tracce e che incontra per caso a New York senza riconoscere. Da piccolo gli pareva un idiota, ora è divenuto musicista di fama, si è sposato ed è padre felice di due bambini. «Mendel si addormentò. Si riposò così dal peso della felicità e della grandezza dei miracoli» sono le ultime parole del romanzo.

Il secondo, immortalato da un film di Ermanno Olmi, è un gioiello letterario. Fu composto pochi mesi prima della morte e uscì postumo. Ben esprime l’itinerario di Joseph Roth, ebreo divenuto cristiano (“un cattolico con cervello ebraico”, si autodefiniva) ma incapace di trovare pace e felicità.

di Roberto Righetto

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25 agosto 2019

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