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Reporter del male

· La verità secondo Etty Hillesum ·

«Qualunque dolore può essere sopportato se lo si trasforma in un racconto o se si narra su di esso un racconto». Queste parole di Karen Blixen sono citate in un saggio di Hannah Arendt a lei dedicato, che le commenta così: «Il racconto rivela il senso di ciò che altrimenti rimarrebbe un’insopportabile succedersi di meri avvenimenti. Il tacito genio di accettazione che tutto abbraccia, che è anche il genio della vera fede, sorge dal racconto perché nella ripetizione dell’immaginazione gli avvenimenti sono diventati quello che lei chiamerebbe un “destino”. (...) Tutte le sue storie sono in realtà “aneddoti del destino”: essi ci ripetono ogni volta che, alla fine, ci sarà dato il privilegio di giudicare».

È una riflessione tanto di per sé illuminante quanto, a prima vista, sorprendente da parte di una pensatrice che aveva fatto dell’esercizio rigoroso del pensiero lo strumento indispensabile per la comprensione della condizione umana in generale e in particolare di quella capitata in sorte alla propria generazione. Mentre sarebbe stata perfettamente congeniale allo spirito poetico di Etty Hillesum, al suo incontenibile desiderio di riuscire un giorno a raccontare «il nostro destino e un pezzo di storia com’è ora e non è mai stato in passato». Tuttavia è precisamente intorno a questa capacità di dare senso agli avvenimenti non sottraendosi al dolore, ma anzi facendo leva su di esso, che i loro destini, pur tanto diversi, si toccano nel punto in cui è a noi dato di considerarli a distanza di tempo.
È un peccato che Hannah Arendt non abbia potuto leggere gli scritti di Etty Hillesum, pubblicati soltanto sei anni dopo la sua morte. Vi avrebbe trovate espresse verità, colte con tutta chiarezza nel corso stesso del dramma, su ciò che ne è degli individui «messi alla prova nei fondamentali valori umani». Verità a cui ella invece giunse tardivamente grazie all’impatto col processo Eichmann e alle reazioni che il suo reportage provocò nell’intellettualità ebraica. Costrette ambedue a misurarsi con eventi di cui non si era mai data prima esperienza e per i quali mancava il linguaggio per significarli, esse giunsero a comprensioni prossime, malgrado la differenza delle situazioni in cui si misurarono con i fatti: l’una nell’incombere della distruzione, l’altra in uno stato di scampato pericolo; l’una nella crescente consapevolezza che difficilmente ci sarebbe stato per lei un dopo per raccontare ciò che aveva visto e compreso, mentre l’altra ha potuto contare su un tempo sufficiente a riflettere sugli eventi e a ricercarne la verità con gli occhi della mente piuttosto che con gli occhi del corpo.

di Giancarlo Gaeta

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26 luglio 2017

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