Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Renzo Tramaglino profugo nella Serenissima

· I dogi ai tempi della fuga nella Repubblica di Venezia ·

Quando Renzo Tramaglino, il protagonista de I promessi sposi , riesce a sfuggire al notaio criminale e ai birri che lo avevano arrestato dopo i tumulti del giorno di San Martino 1628, decide di recarsi nel bergamasco, in territorio della Repubblica Veneta, dove il cugino Bortolo Castagneri, anch’egli lavoratore nel settore della seta, ha già un buon avviamento. La fuga riesce, e Renzo viene accolto con affetto dal suo parente; purtroppo si è in tempo di carestia, ma Bortolo rileva che nel territorio veneziano le cose vanno meglio rispetto a quello milanese, e cita subito un significativo episodio.

Racconta, infatti, che la città di Bergamo aveva comprato duemila some di grano da un mercante residente a Venezia; però, da parte dei rettori di Verona e di Brescia, era stato negato l’accesso ai carichi del prezioso cereale. I bergamaschi, allora, avevano inviato nella capitale della Repubblica il dottore Lorenzo Torre, il quale si era presentato al doge, ed era riuscito, con un bellissimo discorso, a ottenere il permesso per il transito del grano. È da notare che il Manzoni, quando cita Venezia ne I promessi sposi , mette talora l’accento, più che sul capo dello Stato, sul carattere aristocratico della Repubblica. Ad esempio, parlando dei sostenitori di Carlo Gonzaga, duca di Nevers, nella guerra per la successione al ducato di Mantova, fa i nomi del Papa Urbano VIII e del cardinale di Richelieu, ma non del doge; scrive, invece, «i signori veneziani».

Anche nel discorso di Bortolo c’è un accenno agli organi collegiali dello Stato veneto; l’orazione di Lorenzo Torre si era riferita alla città di Bergamo, ma anche in campagna si soffriva la fame, e il nunzio di Bergamo a Venezia aveva interessato il senato. Tale magistratura aveva concesso quattromila staia di miglio.

Visto che il doge, nel capolavoro manzoniano, viene nominato soltanto nelle parole di Bortolo, viene la curiosità di sapere chi sia il Serenissimo menzionato ne I promessi sposi . Si tratta certamente di Giovanni i Corner (nel Settecento, un suo successore ebbe lo stesso nome); il Corner tenne la carica dal gennaio 1625 al 23 dicembre 1629, giorno della sua morte. Era nato nel 1551, ed era stato quindi eletto all’età di 74 anni; nel 1627 e nel 1628 aveva dovuto fronteggiare una notevole opposizione, che era stata tuttavia ormai superata al momento dell’arrivo di Renzo nel territorio veneto.

Renzo rimane nel bergamasco fino all’estate 1630; però, dal momento che è ricercato dalla giustizia milanese, si trasferisce dapprima a lavorare, sotto il nome di Antonio Rivolta, in un altro filatoio, distante circa quindici miglia da quello dove presta la sua opera il cugino. Dopo cinque o sei mesi, Bortolo riprende Renzo con sé, poiché è stata dichiarata l’inimicizia tra la Repubblica e la Spagna, che aveva il dominio del territorio milanese. Si parla, anzi, di una invasione da parte veneta di tale territorio, e il promesso sposo di Lucia ha la tentazione di farsi soldato, sperando di tornare da vincitore nella terra dalla quale è dovuto fuggire. Bortolo, però, riesce a dissuadere il giovane da tale intenzione; mette in rilievo, tra l’altro, la debolezza dello Stato veneto rispetto a quello iberico. «San Marco — gli dice — è forte a casa sua; ma ci vuol altro». Tra la fine del 1629 e l’inizio del 1630, Renzo sente probabilmente parlare della morte del doge Giovanni Corner e dell’elezione del successore, Nicolò Contarini.

Sotto il dogato di Contarini, che era stato nominato a 77 anni, anche il Veneto, come lo Stato di Milano, conobbe il flagello della peste; fu chiesta l’intercessione della Vergine per la fine dell’epidemia, e venne fatto voto di erigere una chiesa, intitolata alla Madonna della Salute; si tratta della stupenda basilica veneziana opera di Baldassarre Longhena. Nel corso della pestilenza, Renzo, che ha superato la malattia, si reca a Milano, e vi ritrova Lucia, anch’essa guarita; i due promessi si sposano e si trasferiscono definitivamente nel bergamasco, dove il giovane, con il cugino Bortolo, acquista un filatoio.

Manzoni precisa l’età che ha Renzo all’inizio della vicenda de I Promessi sposi, e cioè nel novembre 1628; scrive, infatti, che va dal curato con la lieta furia di un uomo di vent’anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama.

Dall’autunno 1630, epoca in cui si conclude il romanzo, la vita di Renzo e Lucia è, come precisa il Manzoni, una delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili. Se pensiamo che Renzo, nato intorno al 1608, abbia raggiunto gli ottant’anni, e magari anche qualcosa di più (un’età certo ragguardevole per quell’epoca), possiamo ritenere che la sua esistenza, e quella di Lucia, più o meno sua coetanea, si sia conclusa sotto il dogato di Francesco Morosini, detto il Peloponnesiaco; in onore di questo doge fu eretto, nella Sala dello Scrutinio del Palazzo Ducale di Venezia, un arco trionfale, a ricordo delle sue imprese militari.

Tra Nicolò Contarini, morto nel 1631, e Francesco Morosini, eletto nel 1688, vi furono ben dieci Serenissimi; i dogati di maggiore lunghezza furono quelli di Francesco Erizzo e Domenico Contarini, che ebbero una durata di circa quindici anni. Francesco Molin fu doge per nove anni, e Alvise Contarini superò i sette. Gli altri dogati furono brevi, e anzi è incluso fra di essi quello di Francesco Corner, che fu, tra tutti i dogi, quello che tenne per minor tempo la carica; eletto il 17 maggio 1656, morì il 5 giugno dello stesso anno. Era figlio di Giovanni i Corner, il doge ricordato da Bortolo nelle sue parole al cugino.

La Serenissima, nella parte iniziale della vita di Renzo e Lucia, nel suo territorio aveva emanato una disposizione che era stata loro molto favorevole; esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale per i forestieri venuti ad abitare nello Stato veneto. L’editto, che, come precisa il Manzoni, era arrivato da Venezia, costituì certamente un nuovo motivo di gratitudine degli sposi alla Repubblica e al suo doge.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE