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Remake
di un remake

· ​Chiusa la settantatreesima Mostra di Venezia ·

Alla settantatreesima edizione del festival di Venezia, che si è chiusa sabato scorso, nel giro di poche ore sono accaduti due avvenimenti solo apparentemente antitetici, in realtà speculari: la proiezione dell’ultimo film fuori concorso, I magnifici sette di Antoine Fuqua, e la vittoria del Leone d’oro di Lav Diaz con The woman who left. Da una parte quindi un blockbuster hollywoodiano, dall’altra l’esempio più estremo di cinema d’autore che forse ci sia mai stato. 

Il filippino Lav Diaz riceve il Leone d’oro al Festival di Venezia

In ogni caso, questi due film opposti finiscono per assomigliarsi più di quanto possa sembrare. Entrambi, infatti, anche se in modi diversi, rappresentano una dichiarazione di resa da parte di un cinema fallimentare. Il film di Diaz, lungo quattro ore (ma il regista filippino nella sua filmografia è arrivato anche a nove, con singole sequenze di un’ora), in bianco e nero, scandito da piani sequenza e inquadrature fisse, rappresenta il cinema d’autore ormai praticamente fine a se stesso. Ormai del tutto scollato dall’idea di un possibile pubblico.
D’altronde chi si ricorda quali film hanno vinto i festival più importanti negli ultimi dieci anni? Si ha l’impressione ogni anno più netta che oggi i festival continuino per pura inerzia. Se non esistessero, a nessuno verrebbe in mente di crearli. Il cinema d’autore ormai attira soltanto qualche critico e gli addetti ai lavori, non più un pubblico anche solo relativamente ampio, oggi del tutto diseducato dagli standard televisivi. Né attira i cinefili di ultima generazione, di solito appiattiti su gusti tarantiniani, ovvero votati all’infinito gioco del riassemblaggio dei generi, sulla scorta altrettanto infinita — e spesso geniale, sia chiaro — del mondo dei b-movies. E allora, al cinema d’autore che rimane, tanto vale rinchiudersi in una nicchia praticamente autoreferenziale. Diventando pura, astratta performance, un po’ come l’alta moda o la formula uno.
I magnifici sette, che al contrario andrà forse bene commercialmente, infarcito com’è di star, è invece una dichiarazione esplicita di sconfitta creativa. Quasi tutti i remake lo sono. Figuriamoci il remake di un remake.
Preso comunque anche solo nell’ambito del proprio genere, I magnifici sette era un prodotto che semplificava al massimo il racconto western, depurandolo da ogni significato profondo, perché l’epica della frontiera aveva oggettivamente fatto il suo tempo. Non a caso, il miglior lavoro di Sturges era stato Giorno maledetto (1955), un film che aveva avuto la forza di guardare già più in là del western pur prendendone le mosse, e creando dunque un interessantissimo anello di congiunzione fra le storie della frontiera e quella che sarà la stagione del thriller-horror violento e realistico.
Superfluo aggiungere, dunque, che rifare oggi I magnifici sette è un’operazione che desta tanta simpatia quanta preoccupazione. Il simbolo di una sconfitta che si rinnova a mezzo secolo di distanza. E per giunta elevata al quadrato.

di Emilio Ranzato

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14 novembre 2018

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