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Il pellegrinaggio è postmoderno

· Religione in movimento ·

Quando si parla di religiosità popolare non si evoca qualcosa di stantio, ferraglia vecchia da rottamare oppure tradizioni di un tempo tenute in vita dalla Pro loco per garantire un weekend di folklore paesano, ma si mette in campo un tema d’attualità, un vero e proprio evergreen, capace di sorprendere. il ritorno dei pellegrinaggi non dice di uno sguardo imitativo rivolto al passato, quasi per rispolverare stili di Chiesa superati, ma piuttosto i pellegrinaggi sono una forma moderna (e postmoderna) del credere, poiché contengono in sé la consapevolezza profonda dell’uomo contemporaneo di essere in costante evoluzione, sempre in cammino, in ricerca, sulle tracce dell’Eterno percorrendo le vie del mondo, homo viator secondo l’espressione resa famosa da Gabriel Marcel, filosofo francese dell’esistenzialismo cristiano.

L’indicazione è quanto mai preziosa soprattutto nel contesto del villaggio globale in cui l’andirivieni a flusso continuo di gruppi umani e soggetti apolidi rischia di incrementare — almeno secondo l’analisi del sociologo inglese di origini polacche Zygmunt Bauman (La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999) — la figura del vagabondo e del turista, a scapito invece di quella del pellegrino. Dove sta la differenza? Mentre il vagabondo e il turista sono figure di passaggio, girovaghe, instabili e inquiete, il pellegrino viaggia in modo essenziale e orientato alla meta. Se questo è vero, per andare nella giusta direzione, o anche solo fino in fondo al nostro viaggio, non ci resta che farci pellegrini.

di Ugo Sartorio

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18 giugno 2019

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