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Religione e violenza

· Dal 10 ottobre ne discutono a Trento studiosi di varie discipline e fedi ·

Si è detto molto, in questi ultimi anni, della violenza perpetrata, secondo quanto affermato, nel nome della religione. Ma la violenza compiuta nel nome della religione non è nuova alla storia. Né lo sono le risposte devastanti a tale violenza. La storia è tristemente inondata di esempi sin dai tempi più antichi. La religione è stata collegata alla violenza e al conflitto in una miriade di modi nel corso della storia umana.

Ma se qualche volta la religione è stata chiaramente percepita come parte del problema, uno sguardo più attento alla storia può dimostrare che — il più delle volte — essa ha riguardato il far fronte, resistere e superare la violenza e il conflitto. Se a volte la religione rimane impigliata nel circolo vizioso della violenza, allora è compito dei membri delle comunità di fede assicurare che la loro comunità e specialmente le sue guide svolgano un ruolo proattivo nell’invertire quel circolo allontanandolo dalla violenza. Se è possibile abusare della religione per giustificare la violenza, la religione ha però davvero molto di più da offrire sotto forma di testi, risorse e valori per contrastarla.

La prossima settimana, a Trento presso la Fondazione Bruno Kessler, si terrà una conferenza per approfondire questi problemi. Organizzata dal Centro per gli studi religiosi, e in particolare dalla professoressa Debora Tonelli, si svolgerà in collaborazione con l’iniziativa Dialogue Among Civilizations (Dialogo tra le culture) di Reset, fondata da Giancarlo Bossetti, e con il programma Church and World (Chiesa e mondo) del Berkley Center for Religion, Peace and World Affairs della Georgetown University di Washington. Saranno riunite molteplici voci provenienti da una grande varietà di origini disciplinari, geografiche e religiose per riflettere sul tema Uscire dalla violenza: il ruolo della religione. Dai testi alle teorie.

Le persone di fede, oggi, sono chiamate a individuare modi in cui le comunità religiose possano contribuire a superare la violenza e il conflitto attuali. Dobbiamo smascherare le occasioni in cui la religione viene distorta per giustificare la violenza e il conflitto, come anche le volte, non meno frequenti, in cui alla religione viene ingiustamente attribuita la colpa di episodi di violenza e di conflitto.

Due concetti fondamentali sembrano essere comuni a molti di questi casi: anzitutto quello della trasvalutazione, sviluppato dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, il cui «grande progetto» tendeva a modellare la «trasvalutazione di tutti i valori». Affermando che nulla ha valore a meno che gli uomini non glielo attribuiscano, egli sosteneva in particolare l’essenza naturalistica e soggettiva della moralità e denunciava i valori giudeo-cristiani per aver ostacolato la realizzazione di élite forti per servire gli interessi degli oppressi e delle classi più deboli.

Applicato al contesto contemporaneo e collettivo, ricorro a questo concetto come riferimento quando istituzioni, compresi i governi e, talvolta, le istituzioni religiose, come anche gruppi che cercano di ottenere particolari scopi, di fatto agiscono come se il bene e il male fossero ciò che essi desiderano in una determinata situazione. Di fatto, questo fa sì che alcune persone, specialmente alcuni leader di tali istituzioni e collettivi, agiscano e pensino come se nel mondo non ci fossero verità morali, e di fatto ritenendo che il potere sia più efficace della moralità: il potere ha ragione. I forti devono sempre imporre e dominare i poveri, i cui interessi sono considerati privi di importanza. I loro valori, le loro virtù, i loro fini sono più importanti di quelli di qualsiasi altro gruppo e comunità, e pertanto praticamente tutto può essere giustificato per perseguire i loro fini e valori distorti.

È facile comprendere perché ciò può sfociare nella violenza. A motivare le azioni di quanti sono presi in questo modo di pensare, in realtà, è un rovesciamento dei valori centrali che hanno aiutato a formare le nostre società attraverso i millenni e una moltitudine di culture. Essi vanno, con le parole di Nietzsche, «al di là del bene e del male». Se guardiamo a quelle occasioni in cui le persone cercano di usare la religione per giustificare la violenza, o addirittura stanno a guardare e ritengono che la loro fede non li chiami a opporsi attivamente alla violenza e a pronunciarsi contro di essa — compresa, talvolta, la violenza sponsorizzata dallo stato, nonché le reazioni spropositate ad atrocità che possono aver colpito le loro comunità — appare evidente come a volte alcune persone possano affermare, o addirittura credere, di avere basi religiose per giustificare la sospensione delle (normali) virtù etiche, dei valori e dei precetti della loro fede e della società in generale. E dunque ritenere di poter giustificare prospettive e condotte non etiche, compresi la violenza e il conflitto.

Ci sono qui importanti analogie: quando parliamo di religione e violenza, non dobbiamo analizzare solo coloro che abusano della religione per giustificare la violenza, ma anche le cause principali. Allo stesso modo, dobbiamo esaminare coloro che rispondono alla violenza erroneamente giustificata facendo ricorso alla religione, istituendo categorie binarie contrapposte tra fedi, tra culture, tra società, tra valori, tra bene e male. Qui i principali protagonisti sono, ovviamente, gli attori statali. Ma all’interno di questi stati, anche le comunità religiose hanno una responsabilità se si fanno da parte e permettono agli stati di compiere atti malvagi e ingiusti con la falsa pretesa di farlo per fini più alti ed etici.

Di fatto, nella stragrande maggioranza di questi casi ciò che in realtà si verifica è una preferenza per la trasvalutazione, laddove le virtù etiche, i valori e i precetti vengono ignorati o messi da parte al fine di poter perseguire fini e risultati specifici, che sono direttamente opposti all’etica delle fedi e della società in generale.

Molto spesso, la vera motivazione è l’egoismo collettivo, unito a un desiderio egoistico (collettivo). Di fatto, l’egoismo può essere comunitario e perfino sociale oltre che individuale. Solo in rarissime circostanze c’è un conflitto di coscienza autentico tra due beni coinvolti. Il problema reale è quando istituzioni, gruppi e comunità ritengono che il loro accendere e spegnere l’etica possa essere giustificato: nazioni e compagnie, come anche individui e perfino comunità di fede. Il corso d’azione egoistico alla fine si dimostra autolesionistico (come lo ha ben espresso Immanuel Kant) e, se applicato alla violenza, produce altra violenza.

In particolare è essenziale, per le società pluraliste, essere capaci di discernere tra i due scenari e anche di apprezzare le risorse etiche comuni al fine di resistere a questa trasvalutazione negativa. Ed evitare di attribuire in modo ingiusto ed errato alla religione la colpa di prospettive e azioni non etiche, alla cui radice stanno altre cause.

Nell’aprile del 2017, durante la sua visita al Cairo, partecipando a una conferenza internazionale per la pace, Papa Francesco ha lanciato un appello al dialogo e al rispetto al di là delle religioni e delle divisioni culturali e ha cercato di ricordarci quanto la religione e la violenza siano davvero incompatibili. Di fatto, la violenza è l’antitesi della fede, «è la negazione di ogni autentica religiosità». Per questo tutti i leader religiosi hanno il dovere di «smascherare» la violenza e l’egoismo quando sono mascherati con le sembianze della santità. I leader religiosi, dunque, devono far capire chiaramente che la violenza e la fede, la religiosità e l’odio sono del tutto incompatibili.

E qui dovremmo mettere in evidenza quell’altro programma di trasvalutazione, molto reale e preoccupante, nel cosiddetto «nuovo ordine mondiale», specialmente in relazione alla «guerra al terrorismo», dove valori e norme vengono invertiti, gettati via o mutati nel loro esatto opposto. Alla fine ciò aggrava il circolo vizioso della violenza e della contro-violenza: per difendere la libertà vengono schiacciate le libertà; per resistere al terrorismo vengono introdotte strategie terrificanti e pratiche violente e violanti; per perseguire la giustizia, protocolli e convenzioni di giustizia fondamentali vengono distorti, manipolati e di fatto abbandonati. Il potere della paura, il «potere degli incubi» è diventato, di per se stesso, un nuovo immaginario sociale al servizio dei fini politici di particolari élite politiche. E le soluzioni che coinvolgono militari e violenza continuata non sembrano mai far progredire le situazioni o sradicare quello che chiamiamo terrorismo.

L’assenza, piuttosto che la sospensione dell’etica, è il principale nemico della pace umana duratura, della realizzazione e della comunità oggi. Spesso tale assenza viene rispettosamente travestita da sospensione fraudolenta dell’etica per presunti fini superiori.

Alla luce delle parole rivolte da Papa Francesco ai leader religiosi, potremmo aggiungere che i leader politici e sociali hanno un dovere analogo. Non possono scegliere e decidere quando pretendere che gli altri rispettino l’etica e i diritti e quando loro stessi possono ignorarli e andare oltre per i propri fini. Non possono scegliere e decidere quando perseguire fini etici più alti e quando utilizzare questo pretesto semplicemente come facciata per la trasvalutazione: intenzioni e azioni mascherate da virtù, mentre in realtà sono malvagie.

La religione, infine, non può mai essere utilizzata per giustificare ciò che va oltre l’etico. Mentre possono esserci rarissime occasioni in cui le nostre comunità si trovano dinanzi a un dilemma quando i normali principi e ragionamenti etici non si applicano e non possono essere applicati, il richiamo della pace e della giustizia deve essere sempre in primo piano anche in tali situazioni. Le tradizioni etiche religiose offrono ricche risorse che ci aiutano ad affrontare proprio questi casi. Possono offrire molto al mondo attuale e anche alla Chiesa attuale.

Per concludere, se la religione e le comunità religiose sono state, di fatto, parte del problema, le loro risorse morali e le loro tradizioni certamente offrono anche molte soluzioni per andare avanti. Dopotutto sono state queste stesse tradizioni, virtù e valori morali religiosi che Nietzsche ha timidamente cercato di denunciare e rovesciare. Le principali religioni del mondo, dunque, hanno letteralmente tra loro l’antidoto alla trasvalutazione.

di Gerard Mannion, Georgetown University

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