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Religione della libertà

· Il rapporto tra Stefano Jacini e Benedetto Croce ·

«Io conosco e stimo e amo e considero amici e fratelli molti cattolici, schiettamente liberali; né ciò solo nei nobili ricordi della storia del Risorgimento, ma nel presente». Così Benedetto Croce, scrive Roberto Pertici, in margine a una polemica del 1945 sui rapporti fra liberalismo e cattolicesimo, riconosceva la propria intima familiarità con uomini appartenenti alla tradizione cattolico-liberale: «Mi sento dunque — continuava — in intima unione con loro, direi nel modo stesso in cui mi sento con quegli uomini di gusto che discernono e amano la bella poesia, ancorché professino teorie a mio giudizio imperfette e che non sono logicamente adeguate al fatto del loro gusto sicuro.

Benedetto Croce e Stefano Jacini  a Bari nel 1926

Con una differenza, per altro, su quest’ultimo punto: che, laddove quando mi capita di discorrere in pubblico o in privato con uomini di gusto delle imperfette loro teorie estetiche, procuro di discutere o litigo o mi arrabbio con loro per correggere le loro teorie, con quegli amici cattolici non ho mai fatto né fo questo, perché me lo vietano la delicatezza verso il sentimento dell’amico e la conoscenza e l’esperienza di quanto siano aspri e tormentosi i problemi della vita e della morte, del mondo e dell’oltremondo, di Dio e di Satana, ossia del bene e del male, da doversi bensì dibattere nell’agone della scienza, ma non già servirsene a turbare e scandalizzare le persone, pretendendo di sforzarle alle nostre conclusioni, e di entrare violentemente nella pace o nei travagli delle loro coscienze, e di fugare con una luce insolente ombre e penombre dinanzi alle quali conviene arrestarsi con rispetto e lasciare che generino dal loro seno stesso la propria luce».

Questa totale consonanza morale, che si mesce e discorda con un radicale dissenso teoretico, è il problema che Federico Mazzei affronta. Non lo fa ripetendo le consuete analisi sulla concezione crociana del rapporto fra religione e filosofia o sulla natura “ religiosa” del suo liberalismo. Ma, da studioso di storia, cala la questione in una situazione specifica, quella della lunga amicizia del filosofo con Stefano Jacini, certo uno di quei cattolici «schiettamente liberali» che avevano ispirato la confessione del 1945. Questo gli consente di seguire il lento crescere di un contatto, che gradualmente diventa scambio intellettuale, conoscenza, frequentazione, amicizia, profondo consentimento morale, senza mai giungere, tuttavia, a un’identità di vedute. Mazzei parla felicemente di un rapporto “asintotico”, che investe non solo i due amici, ma anche le tradizioni politico-culturali da loro impersonate: il cattolicesimo liberale di Jacini e il liberalismo filosofico di Croce.

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25 agosto 2019

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