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Per reinventare
la fraternità

· Dialogo con il mondo islamico sulle cure palliative ·

Le cure palliative «rappresentano un diritto umano» e reagiscono alla «cultura dello scarto» che vuole rendere normale l’eutanasia e il disinteresse verso gli altri. Lo ha affermato l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, aprendo la conferenza «Muslim and Christian Perspectives on Palliative Care and End of Life», un evento di studio che si inserisce in «un più ampio progetto per la diffusione e implementazione delle cure palliative nel mondo». L’incontro si è svolto il 22 e il 23 gennaio a Doha, in Qatar, su iniziativa della Georgetown University (Washington e Doha) e con il Programma Wish della Qatar Foundation.

«Le cure palliative — ha spiegato monsignor Paglia — incarnano una visione dell’uomo di cui le grandi tradizioni religiose sono custodi e promotrici: è questo il contributo più profondo e incisivo che ne possono ricevere, in termini di motivazione e di ispirazione». Esse «rappresentano oggi per tutti noi una proposta concreta che si inserisce in un contesto di povertà di amore per l’essere umano e di crisi dei legami sociali che da un generico disimpegno sta giungendo a una vera e propria disintegrazione sociale che coinvolge tutte le forme comunitarie a partire dalla famiglia».

«La societas, come comunione di uomini al di là delle forme istituzionali che si scelgono, è necessaria all’uomo-individuo per la sua stessa realizzazione» ha sostenuto il presule. «Se l’individuo non è asservito alla società — ha proseguito — questa neppure è puramente strumentale alla realizzazione dell’individuo; essa è piuttosto condizione per la realizzazione di ogni uomo».

Per monsignor Paglia, sicuramente «è difficile far crescere l’umano in una società dai rapporti desertificati. L’io, come sempre più viene concepito dalla post-modernità, diviene attore di dissoluzione, non di legami; di esclusione, non di inclusione; di liquefazione, non di solidificazione». È dunque «irrinunciabile mettere in gioco non solo logiche di problem-solving, espressione di un pragmatismo che rimane in superficie, ma il sogno epocale di un nuovo umanesimo per tutti e di una fraternità universale da ricostruire».

«Reinventare una nuova fraternità — ha fatto presente l’arcivescovo — è la sfida antropologica e sociale dei nostri giorni e mandato specifico che Papa Francesco ha consegnato alla Pontificia accademia per la vita in occasione del venticinquesimo anniversario della sua istituzione». Ma «anche su questo le religioni hanno una parola specialissima da dire. Il compito di “custodire” l’altro e il creato è ben diverso dall’atteggiamento prevaricatore, predatorio, distruttivo così spesso attuati dall’uomo».

La comunità delle cure palliative, del resto, «testimonia un nuovo modo di convivere che mette al centro la persona e il suo bene a cui non solo l’individuo, ma l’intera comunità, nella reciprocità, tende». Le cure palliative rappresentano «un diritto umano» ha rilanciato il presidente della Pontificia accademia. Ma il vero diritto umano, ha aggiunto, è «continuare a essere riconosciuto e accolto come membro della società, come parte di una comunità».

La conferenza si è aperta con la firma di una «Joint Declaration on End of Life and Palliative Care», da parte della World Innovation Summit for Health (Wish) in Qatar e della Pontificia accademia per la vita: «due istituzioni di fedi diverse — hanno convenuto le parti — ma che condividono il compito dello studio, della promozione scientifica e dello sviluppo culturale, due istituzioni accademiche che proprio nelle cure palliative trovano un proficuo terreno di incontro e collaborazione per la realizzazione di un nuovo umanesimo, a vantaggio di tutte le persone e di tutti i popoli».

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26 febbraio 2020

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