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Regole condivise contro l’impoverimento

Suniva e SolarWorld sono le due aziende che si sono appellate all’amministrazione Trump, ottenendo l’imposizione di dazi sull’importazione di cellule per i pannelli solari. La loro richiesta è stata basata sulla presunta scorrettezza della concorrenza straniera, che avrebbe irregolarmente abbassato il costo del lavoro per sostenere le esportazioni.

Le due aziende in questione operano negli Stati Uniti, ma ben pochi hanno notato che la loro proprietà non è affatto statunitense. La prima infatti è a capitale cinese, mentre la seconda è tedesca.

Chi beneficia quindi delle politiche protezionistiche? A trarne immediato vantaggio potrebbero, in questo caso, essere i lavoratori americani che avevano visto ridurre le produzione e con essa i posti di lavoro. E in effetti la tutela del lavoro negli Stati Uniti è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del presidente Trump, che giunge a Davos per ribadire il suo America first.

Ma chi assicura a quegli stessi lavoratori che in un futuro nemmeno troppo lontano le loro aziende a capitale straniero non decidano di trasferirsi altrove, attratte da politiche fiscali più convenienti di quelle varate da Trump? Perché, piaccia o no, nessuno può escludere che questo accada.

Sarebbero allora necessarie delle regole condivise per arginare gli effetti di una globalizzazione selvaggia che era stata proposta come una panacea e che invece, come ancora una volta dimostrano i dati diffusi alla vigilia del forum di Davos, non ha fatto altro che aumentare il divario tra poveri e ricchi, accentrando sempre di più le risorse economiche nelle mani di pochissimi. Gli studi pubblicati prima dell’appuntamento svizzero dimostrano infatti come, a un costante incremento dei profitti di azionisti e top manager, corrisponda un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori. Con una discriminazione ancora più acuta nei confronti delle donne, che, secondo l’Onu, subiscono un divario retributivo del 23 per cento. E questo anche negli Stati Uniti, dove si calcola che un amministratore delegato possa percepire in un giorno quanto un lavoratore della sua stessa compagnia guadagna in un anno.

L’impoverimento a cui si è assistito, soprattutto in occidente, ha alimentato politiche poco attente alla questione ambientale, lasciando inoltre campo aperto ai movimenti populisti che fanno leva sul malcontento generale per fomentare sentimenti di rifiuto e di chiusura. Mentre la chiusura e le iniziative unilaterali non possono essere una risposta alla domanda di una maggiore giustizia sociale che si leva da tante parti del mondo. Come non possono esserlo le scelte che, in nome del profitto immediato, sacrificano le risorse ambientali, ritorcendosi, con costi altissimi, contro le popolazioni più povere, maggiormente esposte agli effetti nocivi dell’inquinamento.

Solo delle regole condivise possono offrire una risposta adeguata alle storture della globalizzazione e garantire maggiore giustizia. Regole basate su una maggiore integrazione e su politiche multilaterali, e che mirino a premiare il lavoro prima che la ricchezza. Perché l’obiettivo, come ha sottolineato il Papa nel messaggio al forum di Davos, dev’essere l’elaborazione di modelli economici che pongano al centro la persona e i suoi diritti.

di Giuseppe Fiorentino

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21 novembre 2018

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