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Recuperare
la storia dell’Africa
per comprendere
le moderne schiavitù

· Intervista all’antropologo Mariano Pavanello ·

Storicamente in Africa i processi di riduzione in schiavitù sono passati da semplici strumenti di rafforzamento delle compagini familiari a fondamento delle istituzioni statali con ampie ricadute economico-politiche. La grande maggioranza delle formazioni politiche locali erano schiaviste, funzionavano cioè solo in virtù della manodopera servile. Pertanto, rompere il silenzio su questa drammatica violazione della dignità delle persone attraverso la ricostruzione e l’indagine storica diventa un obiettivo prioritario. Conoscere la storia della schiavitù in Africa è allora fondamentale per far luce sulle forme contemporanee di questo fenomeno, che continuano a lacerare il tessuto sociale ed economico del continente. Lo sottolinea l’antropologo Mariano Pavanello, che ha recentemente curato l’edizione italiana della Storia della schiavitù in Africa (Bompiani, 2019) dello storico canadese Paul E. Lovejoy, in questa intervista a «L’Osservatore Romano».

François Auguste Biard «La fine della schiavitù nelle colonie francesi» (2016)

Quanto è attuale proporre la storia della schiavitù e della tratta in Africa.

Direi che è assolutamente un tema della contemporaneità; una chiave di lettura anche della nostra storia, inestricabilmente legata a quella del continente africano. Non si può capire l’Africa attuale senza conoscere la storia delle tratte schiaviste, perché furono molteplici: dopo quelle dell’antichità, in epoca medioevale e moderna vi furono la tratta islamica transahariana, la tratta islamica orientale, attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, e solo più tardi, a partire dal XVI secolo, la tratta atlantica, cominciata in Africa Occidentale, più precisamente nel Golfo di Guinea, rappresentando l’ultima fase di questo fenomeno di lunga durata. Non di meno la schiavitù in Africa si è protratta fino al XX secolo, molto più a lungo che nelle Americhe.

Oggi a livello di opinione pubblica, e spesso anche tra gli intellettuali, dell’Africa — continente a noi vicinissimo nonché alla ribalta delle cronache per i contemporanei fenomeni migratori — abbiamo soltanto stereotipi e pregiudizi. Non solo, ma l’attuale emigrazione dal continente africano viene interpretata come se fosse un fenomeno recente, senza considerare che questi movimenti affondano le loro ragioni storiche nei secoli che ci hanno preceduto. Gli europei sono stati la causa della decrescita infelice dell’Africa e coprotagonisti insieme alle classi politiche africane del più grave crimine commesso contro l’umanità. La schiavitù era di uso comune in quasi tutto il continente, e la storia delle tratte schiaviste ha visto coinvolte decine di milioni di esseri umani in un commercio gestito da governi e mercanti africani e da negrieri europei senza scrupoli, generando una spirale di crisi, che ancora ai nostri giorni spinge un gran numero di persone a emigrare e a finire nelle mani di criminali, proprio ripercorrendo le medesime rotte del commercio degli schiavi del Medioevo.

In quale misura la presunta mancanza di storia in Africa e dell’Africa ha contribuito a giustificare il sistema schiavista?

Innanzitutto bisogna correggere questa idea, purtroppo dominante, secondo cui l’Africa sarebbe un continente privo di storia, un buco nero, semplicemente perché non c’è una storia scritta che la riguardi precedente la storiografia occidentale, malgrado le fonti arabe già nel secolo VIII d.C. facessero riferimento ai paesi a sud del Sahara, al famoso Bilād al-Sūdān ovvero la «terra degli uomini neri».

L’Unesco ha avviato un grande progetto di ricostruzione della storia del continente, di valorizzazione del patrimonio culturale, di esplorazione delle tradizioni orali, grazie prima al grande progetto di recupero delle fonti orali, avviato negli anni 1960, e poi all’iniziativa «Slave Route», lanciata nel 1994, proprio per colmare le lacune sulla storia della schiavitù e della tratta, in quanto fenomeni marginalizzati, quando non del tutto ignorati.

Abbiamo oltre all’archeologia tutta una serie di testimonianze successive, che vanno dal ix fino al XVI secolo, di viaggiatori, mercanti, geografi e sapienti musulmani, che forniscono documentazioni preziosissime per la ricostruzione storiografica. Alle tradizioni orali delle stesse popolazioni africane si è venuta aggiungendo una copiosa produzione bibliografica sia occidentale che propriamente africana. Vanno anche ricordati i documenti dell’antichità, dal momento che gli stessi egizi si rifornivano di schiavi. La storia dell’Africa che noi conosciamo comincia pertanto nell’VIII secolo e già in questo periodo sappiamo della presenza della schiavitù, che però era endogena alle società, sotto forma di manodopera servile all’interno delle famiglie estese. In particolare, comprare donne e bambini significava avere potenziali concubine o mogli, dunque garantirsi manodopera e prole. Molte testimonianze europee del XV secolo fanno riferimento al commercio intra-africano degli schiavi, mentre solo a partire dalla metà del Cinquecento inizia la tratta verso le Americhe. Risulta, invece, più difficile avere informazioni dettagliate sull’evoluzione dei processi di riduzione in schiavitù nei secoli precedenti, perché accaduti in un periodo di cui noi non abbiamo una grande ricchezza di documentazione storiografica.

Che ripercussioni ha avuto l’inserimento degli africani nella storia mondiale per mezzo della tratta?

Gli africani portano inciso nel loro dna questo destino. Se facciamo una proiezione su dodici secoli, gli africani che sono stati sottoposti alla schiavitù superano di gran lunga i cento milioni di individui, sebbene la mia sia una stima assolutamente prudenziale. Il commercio internazionale di esseri umani — considerati merce a tutti gli effetti — provenienti dall’Africa sub-sahariana, e il conseguente depauperamento antropologico e demografico ne hanno ostacolato strutturalmente lo sviluppo. Le tratte nel loro insieme hanno dislocato circa 27 milioni di schiavi, di cui 12 milioni verso le Americhe e il restante in Oriente.

Quello che possiamo dire dell’attuale flusso migratorio di questi moderni «quasi schiavi», è che vengono illusi dal miraggio di poter lavorare in Europa, per non parlare di quelli che vengono instradati attraverso organizzazioni para-criminali, ma qui siamo di fronte a una sorta di commercio silenzioso. Non possiamo non vedere tutta una serie di situazioni implicite, sotto traccia, per cui si sa che l’Europa ha bisogno di manodopera e l’immigrazione definita clandestina, ma di fatto alla luce del sole, viene combattuta non perché riproduce le condizioni criminali delle antiche tratte schiaviste, ma per intolleranza razziale; è triste dirlo, ma, pur essendo cambiate le condizioni e le circostanze, il meccanismo è lo stesso e la considerazione dei moderni schiavi è la medesima.

Tuttavia, esistono forti flussi migratori all’interno dello stesso continente africano e, purtroppo, un numero considerevole di questi migranti ancora viene ridotto in schiavitù. Si fa fatica ad accettare che ci siano forme di schiavitù attuali che derivano da questa storia, eppure mi sento di affermare che sono in genealogica conseguenza. C’è continuità, non solo virtuale ma concreta, con la storia passata, poiché la contemporanea realtà delle forme di sfruttamento benché non riproduca le medesime condizioni e i medesimi contesti, è comunque il frutto di una mentalità che si è consolidata nei secoli.

Quali forze, oggi, alimentano nuove forme di schiavitù?

Il colonialismo fu la fase terminale di un lungo processo durato secoli. In realtà, solo dopo la seconda metà dell’Ottocento e per la precisione con la Conferenza di Berlino (1884), che decretò la spartizione dell’Africa coloniale, le potenze europee furono coinvolte direttamente nella gestione e nell’occupazione dei territori dell’Africa sia mediterranea sia sub-sahariana. Soltanto nel momento in cui le potenze europee realizzarono di non aver più bisogno di schiavi, cioè di esportazione coatta di forza lavoro, bensì di prodotti finalizzati allo sviluppo dell’industria, vi fu il momento di svolta, che modificò radicalmente il paradigma e l’atteggiamento europeo. Quindi colonialismo e imperialismo si fusero, diventando un unico fenomeno storico. Tuttavia per ben quattrocento anni gli europei commerciarono con gli africani su un piano quasi di parità, per poi, fomentandone la conflittualità endogena, minarne la stabilità politica e creare le condizioni per la piena colonizzazione del continente. Solo la consapevolezza, la divulgazione, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e le opportune azioni politiche potranno dare in futuro una risposta reale al maggior crimine perpetrato ai danni dell’umanità. Tuttavia, nessun cambiamento è possibile finché l’intellettualità emergente del continente africano e della diaspora non si impegna a fare i conti con la storia delle loro stesse società schiaviste.

di Alicia Lopes Araújo

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26 agosto 2019

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