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Recondite armonie

· ​«La douceur perméable de la rosée» di Paco Décina, un Cantico delle creature a passo di danza ·

Uno dei commenti più belli alla Laudato si’ non è fatto di parole. Non è un saggio, un libro o un articolo di giornale, ma è composto da suoni, musica, video e figure disegnate nell’aria da corpi in movimento. 

Tutto lo spettacolo, dai video interattivi ai suoni campionati, è un elogio della permeabilità, di quell’obbedienza alla realtà che insegna a trasformare in opportunità anche gli imprevisti meno graditi. Cosa che è successa davvero alla compagnia Post-Retroguardia di Décina: l’infortunio di uno dei danzatori ha portato il coreografo a ripensare lo spettacolo, facendone nascere una nuova versione, La douceur backstage. Nessuna cultura dello scarto, come insegna Papa Bergoglio; neanche in scena.Si tratta di La douceur perméable de la rosée, lo spettacolo di danza che ha iniziato la sua tournée in tutto il mondo nel 2015 e continua tutt’ora il suo viaggio. 

Una scena di «La douceur perméable de la rosée»

Un omaggio preterintenzionale, per così dire, all’enciclica di Papa Francesco, ma sorprendentemente puntuale. «Ciò su cui continuo a interrogarmi — spiega Paco Décina raccontando come è nata la coreografia — è la dicotomia tra la spontanea armonia della natura e la piccolezza paurosa dell’uomo. Come se questa straordinaria apertura ci rivelasse quanto, per paura, siamo chiusi e incapaci di abbandonarci in questi paesaggi abitati solo dalla semplicità del reale». La douceur perméable de la rosée è nato durante un lungo soggiorno alle isole Crozet, un arcipelago sub-antartico nell’Oceano indiano meridionale, diventando presto una sorta di documentario danzato che invita a prendere coscienza della tensione tra l’armonia e la nostra incapacità ad accoglierla. Un laico Cantico delle creature nato in una terra bellissima e disabitata che apre lo sguardo di chi la contempla. «Sento la natura come dolce — continua Décina — non per la sua mancanza di forza o di brutalità ma piuttosto per la generosità dello spazio che ha da offrirci e per la sua disponibilità a essere utilizzata senza nulla chiedere in cambio. Anche quando si guarda un semplice tramonto, la natura si offre incondizionatamente, come per sollevare segretamente il peso millenario delle nostre sovrastrutture». Comunicare tutto questo agli spettatori, abituati agli ingranaggi della vita urbana, è un compito non facile. «Come trasmettere questo presente vissuto in grandi spazi selvaggi? Questo lavoro mi ha offerto la speranza e l’opportunità, in quanto artista, di riequilibrare la costante manipolazione distruttiva a cui l’individuo è sottoposto». Immergersi nel mistero della natura, lasciando spazio a quella che Décina chiama la forza del silenzio, aiuta a ripensare la propria vita: «è come cogliere l’essenza di un profumo sconosciuto o ritrovare ciò che era stato al principio delle cose per poter rivivere un nuovo inizio. Qual è l’effetto di questa potenza intatta sull’organismo umano? Come riesce a riorchestrare i soffi e i ritmi della nostra relazione con gli altri e con le cose? Qual è il suo potere riparatore sulle false convinzioni che ci abitano? In questo silenzio profondo e antico, tutte queste domande sembrano poter trovare lo spazio per risorgere; è come se parlando di questi territori lontani e dimenticati si invitasse il nostro animo a riabilitare i propri mondi abbandonati».

di Silvia Guidi

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24 marzo 2019

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