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Reciprocità

· Francesco e la declinazione della fratellanza in un libro di Massimo Naro ·

Docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica di Palermo, anche per l’ampiezza degli interessi culturali, oltre che per la fine sensibilità letteraria e artistica, Massimo Naro pare connaturalmente orientarsi nell’orizzonte di un pensiero dialogico, peculiarità del “pensiero meridiano”, potremmo aggiungere. Non sorprende pertanto il titolo di questo libro, La reciprocità (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 128, euro 10), che interpreta alla luce delle più recenti intuizioni della riflessione teologica i pronunciamenti di Papa Francesco, dettati in prima istanza da una mai allentata tensione pastorale.

Oswaldo Guayasamín «La tenerezza» (1989)

Il Papa, in fondo, è vescovo tra i vescovi. Già nell’occasione del suo primo saluto in mondovisione, non appena eletto, Francesco l’ha esplicitato senza giri di parole, fuori da formule di rito, ma con la spontaneità che gli è consona, rivolgendosi a tutto il mondo. E se il Papa è il vescovo di Roma, e il vescovo un pastore che come sentinella guida le sue pecore, è fondamentale che egli conduca in forma sinodale la Chiesa che dallo Spirito gli è affidata, come pure che ci viva in mezzo, non isolato, non dall’alto. Non di meno il suo magistero avrà valenza e risvolti teologici, se pure non sarà la cattedra il luogo esclusivo per confermare i fratelli nella fede. E tutto nell’attività del Papa si caratterizza come catechesi (un istruire, sulle orme del divino maestro, a viva voce), che dall’inizio si esprime proprio così, nel segno della reciprocità: «Incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro» (primo saluto del Santo Padre Francesco, 13 marzo 2013).

Coerentemente, ogni spostamento, le uscite fuori porta, le udienze, i viaggi apostolici si traducono in occasioni di annuncio. E «le catechesi itineranti hanno importanza magisteriale proprio perché sono espresse dalle periferie», non esortazioni “rivolte a”, bensì “appelli” che dalle periferie si levano interpellando la Chiesa e l’umanità intera. «In queste catechesi valgono molto gli inserti estemporanei, le digressioni a braccio e le aggiunte fuori testo»: anche i Pontefici precedenti l’hanno fatto — considera Naro — come Giovanni Paolo II, per esempio, dalla Valle dei Templi ad Agrigento nel saluto a braccio dopo la messa del 9 maggio 1993, che sancì «un nuovo inizio» della reazione ecclesiale alle mafie, al punto che il sacro furore con cui il Papa centrò il bersaglio delle coscienze fu accolto con gratitudine da Rita Borsellino, la quale neanche un anno prima aveva perduto il fratello nella strage di via D’Amelio. Ma Francesco «forse è il primo Papa, in epoca contemporanea, a far di tutto per rendere evidente la corrispondenza tra ciò di cui si dice convinto quando parla a braccio e ciò che scrive nei documenti». Senza ignorare il rischio dei possibili fraintendimenti — ineludibili dal momento che i Pontefici hanno iniziato a esporsi alle folle — per quelle esternazioni che sono parse, d’acchito, estemporanee, ma che rispondevano forse, in realtà, a una logica più sottile, di costruttore di ponti (poiché il Pontefice è pontifex), pensando proprio al noto episodio della battuta, in aereo, a seguito dell’attentato alla redazione parigina di «Charlie Hebdo», che esprimeva una considerazione rispondente a quella logica umana per cui il cristiano è tenuto per esempio a “dare a Cesare quel che è di Cesare”, nella fattispecie a non urtare la sensibilità religiosa di una fede diversa.

Parole, silenzi, gesti, posture, da contesti ufficiali come da circostanze uniche e anche più insolite, vengono letti nel solco della tradizione teologica entro le coordinate di riferimento consolidate dal dibattito che si è sviluppato nei secoli e tuttora vivo e vivace sulla Parola di vita sempre operante tra le righe storte dell’uomo, le sue scancellature, i suoi tristi equivoci. Al tempo stesso, nel solco della tradizione vengono letti i semi di novità, quelli più immediatamente riconoscibili e quelli più lenti a germinare ma non meno fecondi. Si riconoscono così le intuizioni e i caratteri di novità che lo Spirito detta sullo sfondo della più desolata prosa della storia, poiché afferma il Papa, infatti: «Il nostro peggior nemico non sono i problemi concreti, per quanto seri e drammatici: il pericolo più grande della vita è un cattivo spirito di adattamento che non è mitezza o umiltà, ma mediocrità, pusillanimità» (Catechesi sui comandamenti, 13 giugno 2018).

Se Chiesa e cristiano non possono esistere se non “in uscita”, tutta in progress sarà l’azione che lo Spirito eserciterà su di essi. Per questo il magistero di Papa Francesco appare visibilmente un «magistero in movimento» (Naro cita Severino Dianich); per questo la sua persona suscita un consenso di popolo, e più ancora fuori, forse, che dentro il suo proprio gregge, mentre il suo messaggio costantemente richiama a una radicalità evangelica che non sempre si percepiva in passato nella Chiesa “militante”, dove appunto una certa distanza tra teoria e prassi sembrava caratterizzare soprattutto tanta teologia, teoretica e speculativa. Il richiamo che da Pontefice Francesco costantemente rivolge all’uomo del suo tempo, non solo ai credenti o ai cattolici, è il comandamento universale dell’amore che, interpretato cristianamente, dischiude impensata bellezza in quella radicalità che contraddice le leggi naturali, perché arriva a esigere la “misericordia” (parola dalla doppia radice: miserere e cor) del nemico e del persecutore, ma nel gioco dissidente delle forze che regolano i fenomeni naturali vince la gravità e colma di gioia. Perciò l’amore perfetto dei santi può rendersi visibile sino alla “levitazione”.

Sarebbe circoscritta in uno spazio angusto la legge dell’amore se intesa semplicemente come criterio etico dell’agire: l’amore ha un fondamento ontologico, è il principio che determina l’essere affondando al cuore del mistero trinitario, dove possiamo immaginare come reciprocità la relazione per cui «ognuno dei tre della Trinità — cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito santo — sia in se stesso in virtù di ciò che gli altri due sono» pensando che «il collante di questa loro interrelazione o, più precisamente, il motivo di questo loro peculiare stare l’uno in rapporto con l’altro, è l’amore, l’agape appunto», come scrive ancora più di recente Naro in un puntuale articolo (Agensir.it) a proposito della sinodalità che è un’altra estensione della reciprocità: «La sinodalità traduce (dovrebbe tradurre) nei fatti questa sintassi [dell’ontologia agapica trinitaria], facendo diventare ortoprassi pastorale l’ortodossia teologica». «La verità sta nella relazione», afferma con efficace immediatezza Francesco nei colloqui con Eugenio Scalfari che Naro ricorda in La reciprocità.

Attraverso i documenti, i pronunciamenti, attraverso il silenzio, i gesti, le posture, che ruotano intorno a questa semantica evangelica, il libro svolge contemporaneamente due principali discorsi: da una parte offre una panoramica per tanti aspetti storica degli interventi salienti del pontificato di Papa Francesco; dall’altra, commentando situazioni, parole e contesti, sviluppa un coerente discorso teologico strutturato come in crescendo e limpidamente scandito dai titoli dei cinque capitoli, a partire dal primo, introduttivo («Parole antiche e sempre nuove»), di premessa intorno alla natura del magistero pontificio, sino all’ultimo, conclusivo ma stringente intorno a quello che è forse il nodo più problematico («Per concludere: dalla connessione alla fraternità»). Con parole di rara limpidità e sicura, vasta competenza biblico-teologica, Naro riconduce episodi e pronunciamenti ufficiali ed estemporanei al nucleo del messaggio evangelico sviluppando le risonanze di parole chiave e sottolineature interpretate alla luce della più recente riflessione teologica. Fra tutti, quella categoria che in senso filosofico si percepisce come un portato della fenomenologia, ma che necessariamente rimanda a una trascendenza: la “sovreccedenza” dell’amore, perno attorno al quale ruotano le principali argomentazioni.

Senza riassumerne, in questo contesto, i contenuti, una sintesi essenziale ma puntuale del libro si legge in tal senso già nel risvolto di copertina: «Il termine reciprocità ricorre spesso nei pronunciamenti magisteriali di Francesco, o nei suoi scritti di vario genere. E numerosi sono anche i sinonimi, le perifrasi e le metafore che ne enfatizzano le diverse semantiche. L’insistenza della terminologia che esprime e declina la reciprocità nell’insegnamento del Pontefice produce una serie di conseguenze teologiche, dando adito al ripensamento — in prospettiva sistematica, ma anche pastorale e spirituale — di alcuni temi importanti, come l’ontologia agapico-trinitaria, la fraternità ecclesiale, l’amore coniugale e la vita familiare, il dialogo interreligioso ed ecumenico, nonché una visione cristiana del mondo ricompresa nei termini di quella che Papa Bergoglio chiama “ecologia integrale”. La lezione sulla reciprocità, in questo articolato orizzonte, può far maturare l’attitudine pro-esistenziale, che dev’essere sostenuta anche da una lucida consapevolezza teologica a portarsi dentro l’altro e a portare l’altro dentro».

Per tutto ciò don Massimo Naro si inserisce perfettamente nel tentativo di elaborare sub luce Evangelii «una teologia integrale — espressione cara ad alcuni lucidi e avvertiti teologi del Novecento come Paul Tillich, Pavel Florenskij e, soprattutto, Romano Guardini — incentrata sulla reciprocità (ormai qui assunta come una vera e propria categoria teologica), tentando peraltro di indovinarne la più efficace traduzione spirituale e pastorale», come si legge in una bella pagina centrale. Dunque, pur non comparendo in quei brevi elenchi di parole che di volta in volta egli stila nei suoi discorsi per facilitare ascolto e memoria, “reciprocità” è sicuramente una voce del lessico di Papa Francesco che per le riflessioni esposte inserisce perfettamente la pubblicazione nella collana dei «Semi teologici di Francesco», diretta per le Edizioni San Paolo da Maurizio Gronchi e Pierangelo Sequeri e nata sul presupposto che «con il suo magistero Papa Francesco sta letteralmente gettando dei semi. Questa collana vuole far sì che i suoi semi, ben radicati nella tradizione ecclesiale, fioriscano e portino frutto anche nel futuro». I titoli del piano editoriale parlano chiaro in merito alle indagini proposte nel quadro delle grandi questioni in campo e nell’urgenza di un richiamo costante alla concretezza, alla responsabilità, al discernimento, in gesti e parole, perché il Vangelo torni al centro della vita o, là dove se ne siano irrimediabilmente perdute le radici, sia portato, vissuto e annunciato, annunciato e vissuto: G. C. Pagazzi, La carne; G. Canobbio, La misericordia; F. Giuntoli - J. L. Narvaja, La riforma; G. Costa, Il discernimento; G. Zanchi, Il neopelagianesimo; K. Appel - I. Guanzini, Il neognosticismo; L. Capantini - M. Gronchi, La vulnerabilità; L. Baldisseri - P. Sequeri, L’armonia; M. Aliotta, L’integrazione; M. Naro, La reciprocità; F. Anelli, Il popolo.

di Anna Maria Tamburini

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14 ottobre 2019

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