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​Rebus spagnolo

· ​Rajoy prevale nelle legislative ma senza maggioranza ·

Un seggio a Madrid (Epa)

Le elezioni legislative di domenica in Spagna hanno sancito la fine del bipolarismo, l’alternanza al Governo tra popolari e socialisti che ha contraddistinto la politica spagnola dalla morte di Francisco Franco e dal ritorno della democrazia, e l’avvio di un nuovo panorama politico quadripartitico. Un voto che, come ampiamente previsto, delinea un quadro frammentato, con nessun partito che ottiene la maggioranza assoluta, e accresce le difficoltà di composizione del futuro Esecutivo alla guida della quarta economia europea. L’esito delle urne ha anche confermato una tendenza ormai ampiamente diffusa in Europa e che alcuni commentatori amano — forse un po’ frettolosamente — definire come “antipolitica”. Una definizione questa che cerca di dare conto di un rifiuto sempre più evidente verso i partiti tradizionali, ritenuti incapaci di interpretare le nuove istanze scaturite in questi anni di crisi. Così è accaduto in Grecia e più recentemente in Francia. Ma il fenomeno è ormai evidente in quasi tutti i Paesi europei. Le elezioni spagnole sono state vinte dal Partido Popular (Pp), del presidente del Governo, Mariano Rajoy, con il 28,72 per cento dei voti e 122 seggi su 350 nel nuovo Congresso. Il Pp perde 64 deputati e, soprattutto, la maggioranza assoluta rispetto alla legislatura uscente. Il Partido Socialista Obrero Espagñol (Psoe), di Pedro Sánchez, arriva secondo con il 22,1 per cento e 91 deputati. Ne perde 20, ma riesce a evitare il sorpasso di Podemos. Il partito di Pablo Iglesias, dopo una rimonta negli ultimi giorni di campagna elettorale, registra un successo senza precedenti e sbarca in Parlamento con 69 deputati. Quarto, con il 13,9 per cento dei consensi e 40 deputati, l’altro partito di protesta: il centrista Ciudadanos, di Albert Rivera.

di Francesco Citterich

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18 giugno 2019

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