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L’opera dello Spirito santo

· Nelle lettere del mistico seicentesco Jean-Joseph Surin ·

Il mistico gesuita Jean-Joseph Surin (1600-1665), vissuto in Francia nella prima metà del Grand siècle, è affascinato dallo Spirito santo e dalla sua opera di santificazione. Ne tratta spesso nelle lettere di direzione spirituale, soprattutto in prossimità della Pentecoste, festa liturgica che nei suoi scritti trova perfino più spazio della risurrezione: «Questo è un tempo non soltanto di gioia, per la memoria della risurrezione di nostro Signore, ma anche di un calore santo e divino, per l’attesa della venuta dello Spirito santo; e la Chiesa ci tiene tutti nell’attesa di questo fuoco celeste che non viene per distruggere ma per vivificare le anime, elevandole dalla terra al cielo con il suo fervore e la sua azione», scrive il 4 maggio 1662 alla signora de Pontac.

El Greco, «Pentecoste»

Tanta attenzione allo Spirito santo non è scontata in un autore del Seicento, periodo in cui la teologia occidentale raramente metteva a tema l’azione tipica del Paraclito; a differenza dell’oriente cristiano che evidenziava il ruolo di ciascuna persona divina nella storia della salvezza, in occidente i teologi preferivano infatti sottolineare l’unità di Dio, anche a seguito delle polemiche contro l’arianesimo, che aveva negato l’uguaglianza tra il Padre e il Figlio.
Sul finire della vita, in una lettera del 21 gennaio 1665 a madre Jeanne des Anges, che sta morendo, Surin scrive una densa esortazione, quasi un viatico per affrontare l’ultimo viaggio. E conclude così: «Stabilite la vostra dimora in mezzo alle tre persone della santa Trinità. La bontà del Padre, la dolcezza del Figlio, la consolazione dello Spirito santo possano inondare il vostro cuore. Colma di queste grazie, armata di questo appoggio, andate incontro allo sposo». Questo approccio mistico non solo riesce a presentare in modo efficace il mistero dello Spirito santo: comporta anche un guadagno teologico, stimolando la considerazione di un tema che la teologia sistematica per lungo tempo ha trascurato, come osservava giustamente Yves Congar.
Per esprimere l’opera dello Spirito santo, Surin ricorre al linguaggio simbolico, già utilizzato dalla sacra Scrittura, dai padri e dalla liturgia, come attestano le antiche sequenze Veni creator e Veni sancte spiritus. Meglio dei concetti, le immagini suggeriscono l’identità dello Spirito santo attraverso i suoi effetti. Sembra quasi che la realtà spirituale per eccellenza, lo Spirito santo, si possa dire soltanto a partire dalla materia: «Nostro Signore nel Vangelo e gli apostoli nelle loro lettere ci rappresentano [i suoi doni] con i nomi di acqua viva, fonte che zampilla fino alla vita eterna, fuoco, unzione, tesoro e altri simili nomi che sottolineano i meravigliosi effetti dello Spirito santo» (lettera alla signora de Pontac).

di Ezio Bolis

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20 ottobre 2019

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