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Realismo e speranza

· Nel documentario del regista polacco Janusz Wrozowski sulla prigione di Ouagadougou ·

Basta dare un’occhiata alla filmografia di Janusz Wrozowski per capire quanto l’argomento della detenzione e in particolare delle condizioni dei detenuti gli stia particolarmente a cuore. Del 2003 è un cortometraggio dal titolo Fugues carcérales. Cui è seguita una trilogia di documentari: Bad boys: cell 425 (2009), Bad girls: cell 77 (2010), Bad boy: high security cell (2011). Con Autorki (2014) già aveva dato un taglio diverso all’argomento, filtrando storie vere di detenute attraverso la loro interpretazione da parte di attrici teatrali. 

Una scena da «Benvenuto in carcere,  Papa Francesco» di  Janusz Wrozowski

Con questo Benvenuto in carcere, Papa Francesco, invece, il regista polacco torna a filmare in modo molto crudo e diretto, occupandosi delle difficili condizioni dei prigionieri del Maco, carcere di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Come suggerisce il titolo, però, subordina questo taglio votato al più estremo realismo, alla suggestione di un assunto immaginario: quello di una visita al carcere da parte di Papa Bergoglio, ribaltando così simbolicamente la visita che alcuni detenuti hanno fatto al Pontefice alla basilica di San Pietro nel 2016, in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia.
Ecco allora che il film si apre con detenuti che salutano il Papa come se ce l’avessero davvero di fronte, riassumendo, magari a tempo di rap, i motivi che li hanno condotti fin lì, i loro rimorsi e le loro speranze. Dopo questa fase introduttiva, però, il film diventa una sorta di dossier giornalistico sulle condizioni quasi disumane in cui si ritrovano a vivere i detenuti burkinabé: celle piccole e sovraffollate, caldo insopportabile, scarsa disponibilità di cibo e persino di acqua, oltre a pene che appaiono talvolta sproporzionate rispetto ai reati compiuti. Dal punto di vista espressivo, Wrozowski opta per riprese di estrema semplicità, quasi arrivando a sottrarre dal risultato finale il proprio ruolo. Arrivando però, in questo modo, a rendere per contrasto particolarmente significativi alcuni stilemi tipicamente cinematografici, volutamente sporadici, come la panoramica circolare all’interno di una cella, a sottolinearne la ristrettezza e la povertà. O come brevissimi ralenti durante le visite al braccio della morte. Mentre il montaggio alterna momenti di scoraggiamento ad altri più rilassati se non addirittura allegri.
Si rimane, comunque, sempre nel microcosmo conchiuso del carcere. Nell’unica inquadratura colta da fuori alcuni veicoli passano veloci e indifferenti davanti all’obiettivo, mentre una parete dell’edificio occupa emblematicamente tutto lo schermo, oppure finisce per togliere la visuale di un aereo che sfreccia nel mondo libero. Rappresentato, dunque, non a caso, dal cielo. È a Dio che si rivolgono infatti nel finale soprattutto i condannati a morte, usando come tramite proprio Papa Francesco. Se dunque nell’incipit il nome del Pontefice veniva pronunciato dai protagonisti quasi per gioco, alla fine la sua presenza fra le anguste mura del Maco sembra divenire concreta. E le parole di misericordia che i detenuti sanno essere state pronunciate dal Papa nei loro confronti, assumono allora davvero il sapore salvifico di un balsamo.
Coerentemente, il film si conclude con immagini di speranza. Una partita di calcio in cui si mescolano guardie e detenuti, una messa che raccoglie fedeli di varie religioni e in cui il sacerdote ricorda le parole del Papa durante una sua reale visita a un carcere: «Perché voi e non io? Le vostre cadute avrebbero potuto benissimo essere le mie». E infine, un detenuto che esce dalla cella, rimesso in libertà. Immagine che, dopo la visione di tante celle chiuse con enormi chiavistelli, appare davvero come un’epifania.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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