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Re Lear e lo scandalo Watergate

· ​Il film "The Silent Man" del regista Peter Landesman ·

È in questi giorni nelle sale The Silent Man (Mark Felt: the Man who Broke Down the White House), film che ricostruisce gli anni più movimentati e drammatici del lavoro di Mark Felt, agente dell’Fbi che solo molto più tardi (nel 2005) avrebbe confessato di essere la misteriosa fonte del giornalista del «Washington Post» Bob Woodward nell’ambito dello scandalo Watergate. 

Liam Neeson nei panni di Mark Felt, veterano dell’Fbi

Stati Uniti, 1972. Alla morte dell’ormai storico direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, il presidente Richard Nixon nomina come suo successore Patrick Gray (Marton Csokas). Il nuovo arrivato si rivela presto una figura di scarsa personalità sostanzialmente alle dipendenze del presidente. Il fatto risulta evidente quando, in seguito all’irruzione di alcuni uomini nella sede del Comitato democratico nazionale situato nel complesso residenziale Watergate, Grey si mostra stranamente reticente ad approfondire le indagini, nonostante le forti pressioni di alcuni suoi sottoposti. Fra cui c’è il veterano del Bureau Mark Felt (Liam Neeson). Venuto a conoscenza di alcuni dettagli scottanti su quanto realmente accaduto, e su una pista che porta direttamente a Nixon, Felt deciderà di informare in incognito la stampa.
Mantenere l’anonimato su questa delicatissima questione non è però la sua unica preoccupazione. L’agente infatti sta anche indagando — con metodi non sempre legali — sulla Weather Underground, organizzazione della sinistra radicale con aspirazioni sovversive cui ha aderito sua figlia Joan (Maika Monroe) prima di far perdere le proprie tracce.
Ecco dunque aggiungersi un altro importante tassello alla filmografia che direttamente o indirettamente rievoca lo scandalo Watergate. È solo di pochi mesi fa l’uscita di The Post, il film di Steven Spielberg che trattando del caso dei Pentagon Papers dipinge un preambolo a quegli eventi, e fa in pratica da prequel a Tutti gli uomini del presidente (Alan J. Pakula, 1976), l’instant movie che del Watergate e delle sue conseguenze rende una cronaca impeccabile.
The Silent Man ci offre invece il contraltare di quella cronaca, dando un nome e un volto a un personaggio che nel film di Pakula vedevamo solo in penombra in un paio di memorabili scene ambientate in un garage. Forse i momenti più belli e significativi del film. E il regista Peter Landesman sembra qui aver tenuto ben presente l’atmosfera di quegli incontri notturni fra Felt e Woodward, prolungandola per tutto il film. Il risultato è dunque un racconto claustrofobico, quasi perennemente notturno, decisamente anti-spettacolare e, in più momenti, anche ermetico, per chi non abbia più d’una infarinatura della storia statunitense dell’epoca. In questo modo si rende alla perfezione non solo lo stato d’animo di cospirazione e paranoia di quegli anni, ma anche l’alone di mistero che da sempre avvolge l’Fbi, colto fra l’altro qui nel suo momento di maggior fragilità interna.
E una delle idee forti alla base della sceneggiatura firmata dallo stesso regista, è proprio questa immagine un po’ alla re Lear di eredi che si fanno la guerra alla scomparsa del monarca Hoover. Padre padrone che aveva finito per soffocare lo spirito democratico del Bureau ma che indubbiamente col suo polso di ferro lo manteneva compatto e soprattutto indipendente dal potere politico.
L’altra idea forte, legata alla prima, e che invece lo script poteva sviluppare molto di più, è il parallelismo fra Felt, “figlio” abbandonato e disorientato di Hoover, intenzionato a correggere le derive autoritarie del “genitore”, e la sua vera figlia Joan, figura emblematica di una generazione senza padri che nel tentativo di aggiustare gli errori commessi dalla precedente finisce per travalicare la separazione fra bene e male. A dare maggiore consistenza al parallelismo, è il fatto che Felt, per ritrovare la ragazza, usa gli stessi metodi antidemocratici che cercava di attenuare in Hoover e che avrebbe poi cercato di combattere in Nixon.
Se Landesman avesse dedicato maggiore attenzione a questa dinamica drammaturgica, avremmo avuto non solo un film più che discreto ma un’opera vicina al capolavoro. Perché dal contingente di eventi cruciali ma circoscritti ci si sarebbe allargati all’affresco di un’epoca, se non addirittura all’apologo sulle contraddizioni dell’intero sistema americano del secondo dopoguerra.
Alle mancanze della scrittura, tuttavia, sopperisce almeno in parte una regia particolarmente ispirata, sempre molto espressiva nonostante l’uso costante della cinepresa a spalla, e assistita da una splendida fotografia che già da sola — con i simboli della rassicurante vita borghese illuminati al centro di location al contrario sempre avvolte dalle tenebre — trasmette tutto il senso del film.
Con un passato da giornalista investigativo e da corrispondente di guerra, Landesman è d’altronde il regista giusto per raccontare una storia di questo tipo. Al suo attivo ci sono non a caso anche un film sull’attentato a Kennedy, Parkland (2013), e un altro tratto da un articolo della rivista «GQ» che portava alla luce alcuni gravi limiti della medicina sportiva all’interno del mondo del football americano, Zona d’ombra (“Concussion”, 2015). Un cinema d’impegno civile e ispirato a un basso profilo totalmente in controtendenza rispetto alle mode hollywoodiane di oggi.

di Emilio Ranzato

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26 agosto 2019

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