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Raid sui jihadisti in fuga dal Libano

· Washington non accetta l’accordo tra Beirut e l’Is ·

Non conosce tregua la violenza in Siria. Washington non ha riconosciuto come valido l’accordo raggiunto tra le autorità libanesi e il sedicente stato islamico (Is) che, due giorni, fa aveva fatto scattare lo sgombero di centinaia di jihadisti dalla valle di Arsal, al confine con la Siria. I caccia statunitensi hanno ieri attaccato il convoglio dei miliziani in fuga. È ancora sconosciuto il numero delle vittime.

Il portavoce della coalizione internazionale a guida statunitense, Ryan Dillon, ha detto all’agenzia Ap che Washington «non si ritiene obbligata a rispettare l’accordo per l’evacuazione» dei miliziani, in cui un ruolo chiave aveva giocato il movimento sciita libanese Hezbollah. Prima del raid sul convoglio, gli aerei della coalizione avevano bombardato una strada e un ponte per impedire ai jihadisti di raggiungere il territorio siriano e mettersi in salvo in una delle zone ancora controllate dall’Is.

In precedenza gli Stati Uniti avevano duramente criticato l’accordo, il primo di questo tipo tra l’Is e un paese, il Libano, direttamente implicato nelle operazioni antiterroristiche e partner strategico di Washington. «I terroristi dell’Is dovrebbero essere uccisi sul campo di battaglia, non portati in autobus attraverso la Siria fino al confine iracheno, senza il consenso dell’Iraq» ha affermato in un tweet Brett McGurk, l’inviato speciale del presidente statunitense, Donald Trump, nelle zone del conflitto.

Anche il governo iracheno ha protestato per il trasferimento dei jihadisti nella provincia orientale siriana di Deir Ezzor. L’accordo ha portato a un cessate il fuoco domenica dopo un’offensiva, durata oltre una settimana, alla quale hanno preso parte truppe di Beirut e reparti delle milizie di Hezbollah. In cambio il Libano ha ottenuto anche la restituzione dei corpi di nove suoi soldati rapiti e poi uccisi dai jihadisti.

Intanto, le Nazioni Unite sono intervenute ieri per rilanciare l’allarme umanitario nella regione di Raqqa, fino a poco tempo fa roccaforte dell’Is, poi assediata e oggi terreno di battaglia. Il consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, Adama Dieng, ha chiesto «una pausa umanitaria» a Raqqa, per permettere ai civili di lasciare alcune parti della città dove da settimane è in corso un’offensiva delle forze curdo-arabe per la riconquista della città siriana. Secondo quanto riferito dal consigliere, oltre 25.000 civili sono intrappolati a Raqqa, dove i miliziani dell’Is li starebbe usando come scudi umani, uccidendo chiunque tenti di fuggire.

L’inviato Onu per la crisi in Siria, Staffan de Mistura, è da alcuni giorni a Teheran per colloqui con le autorità locali in vista della settima tornata di colloqui il cui svolgimento è in programma ad Astana, in Kazakhstan, per la metà del mese di settembre.

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