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Raffica di arresti in Turchia

· ​Resa dei conti dopo il tentato golpe mentre sale la tensione con gli Stati Uniti ·

Manifestazione a Istanbul a favore del presidente Erdoğan (Afp)

Raffica di arresti in Turchia dopo il tentato golpe, mentre il segretario di Stato americano, John Kerry, ha confermato oggi che gli Stati Uniti, nonostante le tensioni con Ankara, «aiuteranno a portare alla giustizia i responsabili del tentativo di colpo di stato». Da Bruxelles, dove prende parte al consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, il capo della diplomazia statunitense ha però chiesto «cautela verso azioni che vanno ben al di là di questo obiettivo». «Stiamo comunque saldamente dalla parte della leadership democraticamente eletta in Turchia, come abbiamo già dichiarato. Ma esortiamo fermamente il Governo a mantenere la calma e la stabilità in tutto il Paese e a mantenere gli standard più elevati di rispetto per le istituzioni democratiche del Paese e per lo Stato di diritto», ha aggiunto Kerry. Finora, rilevano le autorità turche, sono ben 6000 i militari arrestati, tra cui 103 tra generali e ammiragli. La cifra, confermata da diversi media locali, rappresenta quasi un terzo del totale degli alti ufficiali con questi gradi militari nel Paese. Ma non sono da escludere altri arresti nelle prossime ore. In totale, le persone finite in manette dopo i tragici fatti di venerdì notte sono oltre 7500. Il ministero dell’Interno di Ankara ha reso noto oggi di avere licenziato 8.777 dipendenti del dicastero, tra cui trenta governatori e 52 investigatori. Tra gli arrestati figurano anche numerosi magistrati, molti dei quali legati a Fethullah Gülen, l’ex imam che vive da diversi anni in Pennsylvania, considerato dal Governo turco come l’ideatore del fallito golpe. A riguardo, il presidente, Recep Tayyip Erdoğan, ha chiesto l’estradizione di Gülen. Washington vorrebbe prove certe prima di decidere sull’eventuale accoglimento della richiesta, ma la tensione tra i due Paesi è palpabile. In ballo, per gli Stati Uniti, ci sono i rapporti diplomatici con uno Stato che fa parte della Nato e che ha un ruolo-chiave nella lotta contro i terroristi del cosiddetto Stato islamico e nella risoluzione della grave crisi in Siria.

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20 settembre 2019

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