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​Radegonda, Gelesvinta e le altre

· ​Nella poesia di Venanzio Fortunato ·

Ravenna, anno 565 dell’era cristiana. Un giovane veneto affetto da una grave malattia agli occhi prega dinanzi a una statua di san Martino ungendosi gli occhi con l’olio della lampada e miracolosamente guarisce. Per sciogliere il suo voto si reca a Tours sulla tomba del santo vescovo; comincia così l’avventura umana e artistica di Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato, noto come Venanzio Fortunato.

Lawrence Alma-Tadema, «Venanzio Fortunato legge le sue poesie a Radegonda» (1862, particolare)

Vissuto fra due epoche e partecipe di entrambe, nasce a Valdobbiadene (allora Duplavilis) intorno al 535 e muore a Poitiers il 14 dicembre 603, fra tarda antichità e medioevo. Della sua terra e della sua gente dà notizia lui stesso nel iv libro della Vita sancti Martini quando indica al poema la strada da percorrere per raggiungere Ravenna e gli raccomanda di passare per Valdobbiadene: «Avanza attraverso Ceneda e vai a visitare i miei amici di Duplavilis: è la terra dove sono nato, la terra del mio sangue e dei miei genitori. Qui c’è l’origine della mia stirpe, ci sono mio fratello e mia sorella, tutti i miei nipoti che nel mio cuore amo di un amore fedele». Romano per stirpe, formatosi a Ravenna in retorica e diritto, dopo il suo pellegrinaggio a Tours non fece più ritorno in patria. Si trovò così a operare come poeta e agiografo nella Gallia merovingia già romanizzata nella cultura, ma germanica nei costumi. La critica non ha risolto il dilemma: Venanzio Fortunato è l’ultimo poeta latino o il primo medievale? Ci sono ragioni per sostenere entrambe le tesi. Una solida formazione classica è riscontrabile nelle sue opere: sono evidenti i riferimenti a Ovidio, Virgilio, Ausonio e altri; ma i destinatari dei carmi sono vescovi, re, regine ed eminenti contemporanei dei regni franchi di Austrasia e Neustria. La sua ispirazione feconda si unisce alla grande facilità di poetare. Gli argomenti sono diversissimi: da quelli alti di natura teologica, come il commento al Padre nostro o al Simbolo della fede, ai numerosi Elogi degli interlocutori. Nei suoi carmi scorre la vita quotidiana, con le cene, la natura e il paesaggio, descrive minuziosamente i fiori e i frutti, specialmente le mele; la narrazione di episodi vissuti. Basti ricordare la descrizione degli eccessi alla mensa di Mummoleno dove mangia e stramangia finché il suo stomaco rigonfio diventa un campo di battaglia (cfr. Giandomenico Mazzocato, Il vino e il miele, a tavola con Venanzio Fortunato, Treviso, Compiano, 2011). Nella Vita sancti Martini, nel brindisi tra il vescovo Martino e l’imperatore Massimo si descrivono dettagliatamente i vini nelle coppe con colori e sfumature: «Vini così limpidi che sembrano avere la stessa luce di una pietra preziosa (...) qui un calice bianco come neve muta colore al mutare dei vini e là si crede di bere Falerno, ma è la coppa a dare al vino il proprio colore».

La figura più importante nella vita del poeta è senza dubbio la regina Radegonda. Nata in Turingia, fu costretta al matrimonio con il re franco Clotario che le uccise i familiari e dal quale si separò. Si dedicò alla vita religiosa e nel 569 fondò un monastero a Saix, vicino a Poitiers, intitolato alla santa Croce. In quell’occasione, giungendo una reliquia della Croce da Costantinopoli, il poeta scrisse i sei inni alla Croce che occupano l’inizio del secondo libro dei Carmi, celebri perché due di essi si usano ancor oggi nella liturgia della Settimana santa: Pange lingua gloriosi proelium certaminis (“Celebra, o lingua, la battaglia della gloriosa lotta”) e Vexilla regis prodeunt (“avanzano i vessilli del re”). Radegonda, futura santa, è l’ispiratrice di Venanzio, che ne scrive la biografia e le dedica numerosi carmi; prova per lei un amore devoto e casto che per certi versi anticipa i canoni dell’amor cortese. È lei, insieme alla discepola Agnese, a convincerlo a fermarsi a Poitiers interrompendo il vagabondare per la Gallia e diventando il segretario del monastero. Oltre a Radegonda e Agnese, Venanzio celebra molte figure femminili: ricordiamo Brunichilde, principessa visigota divenuta regina sposando Sigiberto i re di Austrasia, o la sorella Gelesvinta, costretta al matrimonio e uccisa dal marito, celebrata da Venanzio in un drammatico carme. Nelle donne da lui cantate non c’è traccia di misoginia. Mette in rilievo le qualità spirituali, morali e fisiche delle donne, facendo corrispondere spesso la virtù con la bellezza; è totalmente assente il concetto della donna tentatrice e fonte di peccato. A un altro futuro santo, Felice vescovo di Nantes, Venanzio dedicò uno degli inni più intensi, tuttora eseguito in Francia nelle processioni del tempo pasquale: Salve festa dies, toto venerabilis aevo, / qua Deus infernum vicit et astra tenet (“Salve giorno di festa, onorato in ogni tempo, in cui Dio ha vinto l’inferno e domina il cielo”, libro iii, carme 9).

Una sua peculiarità sono i così detti carmi figurali, che venivano scolpiti sulle pietre: muri o sarcofagi. Nella lettera consolatoria a Giovino, governatore della Provenza caduto in disgrazia, Venanzio affronta il tema oraziano del Carpe diem. Dopo aver evocato la fine di vari personaggi antichi o mitologici, Venanzio rilegge il tema in chiave cristiana: «Tuttavia esiste una salvezza, pia, grandiosa, dolce e nobile: consiste nel poter essere graditi a Dio, eterno e trino, / in ciò vi è la vita, la forza, l’eternità e lo sfuggire alla morte».

Dopo la scomparsa di Radegonda (587), Venanzio Fortunato si fece sacerdote e fu nominato vescovo di Poitiers. La Chiesa lo venera come santo; il suo culto è diffuso in Veneto e in Francia.

di Mauro Papalini

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20 luglio 2019

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