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Racconto di una relazione

· In una serie televisiva ambientata nell’ospedale romano del Bambino Gesù ·

I protagonisti della docu-serie di Rai Tre

È il racconto di una relazione, Dottori in corsia, di un grande e commosso abbraccio tra le eccellenze dell’ospedale Bambino Gesù di Roma e alcune famiglie messe a dura prova dalla vita. E da questo scambio di energia, da questo venire umanamente a contatto, sorgono emozioni che avverti pulite e sanissime, oltreché profonde e spesso esondanti. Perché immediata è l’empatia e impossibile è l’indifferenza davanti all’impegno di un medico appassionato; ancor di più di fronte ai sentimenti di un genitore normale, divenuto d’improvviso straordinario quando a suo figlio è stata dichiarata a forte rischio la possibilità di vivere. Ciò che per molti è materia invisibile e insapore, allora, uno scontato quotidiano, per quella famiglia diventa speranza, punto di arrivo sognato e pregato.

Tocca il cuore della vita, questo edificante esempio di televisione del reale, ideato da Simona Ercolani e prodotto dalla Stand By Me in collaborazione con Rai fiction. Va in onda su Rai Tre ogni domenica sera, in seconda serata dal 28 ottobre scorso, e il venerdì in replica alle 15.20. Non è televisione del dolore, perché mai viene strumentalizzata, spettacolarizzata o abusata la sofferenza raccontata. Semmai viene abbracciata per alleviare la solitudine e la paura di chi naviga nell’estenuante prova; semmai c’è il desiderio di infondere fiducia e speranza a chi si trova, o potrà trovarsi, un giorno, sul cammino obbligato dei protagonisti della serie.

È un elogio di quei medici e infermieri, Dottori in corsia, che con esperienza, strumenti scientifici e grande professionalità — ma non senza fondamentali qualità umane — lavorano ogni giorno per regalare futuro a chi vive una chiamata così probante e dolorosa. È un canto all’amore genitoriale, anche, alla corazza da lottatori di certe mamme e di certi papà, alla loro angoscia e alle loro esultanze, toccanti, da brividi, perché il figlio ce l’ha fatta. È una carezza sincera, soprattutto, a chi è costretto a conoscere, da bambino o da appena adolescente, gli aspetti più estremi e faticosi della vita. È anche il racconto, infine, di un esemplare essere squadra e comunità, sinergia tra persone e unità virtuosa capace di produrre quel meglio che possiamo essere — ognuno con la propria specificità e unicità — ma a cui spesso, purtroppo e banalmente, rinunciamo.

Intervistato il giorno della conferenza stampa del programma, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, ha spiegato efficacemente l’importanza di Dottori in corsia: «Penso che conoscere il bene, raccontare il bene, condividere il bene e prendersi il tempo per raccontarlo, in una società che ha perso il senso del tempo, che ha smesso di considerare l’importanza del tempo, sia una cosa fondamentale». Un tempo dell’immagine accattivante da vendere, il nostro, della perfezione da sbandierare e della fragilità da nascondere. Un tempo in cui la comunicazione del bene non è prioritaria e il racconto degli aspetti più complicati della vita è considerato unicamente cosa triste, e quindi inutile, se non dannosa. Peccato che la vita, volenti o nolenti, sia complessa e costruire una cultura della sua completezza, quindi anche della malattia che ne fa parte, sia segno di civiltà e maturità. E perciò di amore che una società ha per se stessa.

«La sofferenza è un mistero — ha aggiunto Ruffini — e la sofferenza dei bambini è il mistero più grande. Ma rompere questo tabù è capire quanto la sofferenza faccia parte delle nostre vite, quanto ci insegni e quanto, da un punto di vista cristiano, sia anche, evangelicamente, il modo per arrivare a conoscere il bene attraverso la sofferenza e la cura».

Per questo, l’assoluta verità narrata dall’ideale sequel di I Ragazzi del Bambino Gesù — sempre Stand By Me e sempre Rai Tre, nel 2017 — è uno strumento utile e prezioso. Tra l’altro, immergendosi nella tensione emotiva delle storie raccontate, accade anche di piangere di gioia e di assistere al trionfo della vita laddove questa è più dura e incomprensibile. «Come posso io, non celebrarti vita», ripete non a caso Jovanotti nella canzone che apre e chiude ogni puntata. Una vita purissima, quella di Dottori in corsia, che lotta sostenuta dalla scienza e dall’amore, che non si intralciano ma si alimentano a vicenda, mentre il lavoro delle mani sapienti e delle parole sincere, dei sorrisi e degli abbracci, integra quello della tecnologia.

C’è quello che racconta la mamma di Matilde, dentro Dottori in corsia, ciò che scrive in una lettera di ringraziamento ai medici, quando la vicenda della sua bambina si è finalmente risolta. «Ci sono lacrime — scrive la donna — ma ci sono anche sorrisi». Tutti verissimi, autentici, senza trucco o artificio. Qui nessuno recita.

Non lo fa Giorgia, quando al telefono spiega che «è arrivato il cuore» per il suo trapianto; non lo fa la mamma di Teodora, quando dice che «le domande difficili riguardano la paura e la morte: cose più grandi di noi». Non lo fa la mamma di Tommaso, confessando che stare vicino a suo figlio la rende serena: «Quando vai via dalla terapia intensiva il cuore lo lasci là». Non recita il dottor Inserra, quando, alla vigilia del complicatissimo intervento che dovrà separare due gemelline siamesi, spera, nel suo ruolo di coordinatore delle squadre che lavoreranno al caso, «di aver pensato a tutto». Aggiunge che sarà «teso in camera operatoria», ma è normale e giusto che sia così, perché «il chirurgo deve essere sempre timoroso, tra virgolette, non completamente sicuro, perché questo è il fuoco che mantiene alta l’attenzione».

Non ci sono medici o infermieri robot, dunque, in Dottori in corsia, ma esseri umani con sentimenti che non rappresentano un limite, ma una risorsa. «Raccontare i medici che curano — ha spiegato ancora Ruffini — dove curare non vuol dire sempre guarire, ma guardare le persone, partecipare alla loro sofferenza, offrire una cura, ecco questa è una cosa bella da condividere». Ed è una condivisione costruita sul rispetto assoluto del malato, quella di Dottori in corsia, su un ascolto pudico e discreto che diventa testimonianza, forza comunicativa e capacità di formare e far riflettere.

È un secondo, doveroso omaggio televisivo al più grande ospedale pediatrico d’Europa, simbolo di una sanità che combatte ogni giorno per salvare moltissime vite, contando sul lavoro di tante persone. «Penso che il Bambino Gesù — ha concluso Ruffini — sia la testimonianza di come il cristianesimo possa essere vissuto nelle vite di ogni giorno a partire dal lavoro dei medici, degli infermieri e di tutti quelli che collaborano con questo ospedale».

di Edoardo Zaccagnini

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19 agosto 2019

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