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Raccontare con rispetto
dolore e speranza

· Al via la terza stagione della docu-serie «Dottori in corsia» ·

Tornano a toccare il cuore le storie di Dottori in corsia: la docu-serie di Simona Ercolani prodotta da Stand by me e Rai Fiction in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Tornano a commuovere, a rapire l’anima col sapore forte della verità, e questa assenza di artificio le distingue da ogni modo sciacallo e triste di fare televisione. C’è il dolore nelle otto puntate di questa terza stagione (la prima in onda sabato 16 novembre, alle 21.45 e le successive dal 24 novembre, ogni domenica in seconda serata, sempre su Raitre), ma è un dolore osservato con rispetto, con rigore e delicatezza, con vicinanza al malato. Ed è un dolore raccontato a fin di bene: per insegnare a chiunque la completezza della vita, per farla capire e amare di più, per mostrare a chi si trova dentro il viaggio obbligato e spaventoso nella malattia, quali eccellenze esistano, e come sia possibile combattere e sperare, pensare di farcela.

«Sono storie — ha ribadito in conferenza stampa Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù — in cui non c’è nulla di falso, ma che non vogliono soltanto smuovere il cuore, il sentimento, ma muovere la convinzione che c’è una grande possibilità di ricerca, oggi, e questa ricerca sta facendo cose stupende, incredibili». Una ricerca in grado di combattere quella sofferenza e quella paura che Dottori in corsia guarda in faccia con decisione, diluendole però con il resto della vita: con la solidarietà tra uomini, con la forza interiore che se ne infischia della fragilità fisica, con l’amore di chi si stringe attorno alla persona cara costretta a una grande prova.

È l’osservazione asciutta di un’umanità accesa, Dottori in corsia, in dialogo profondo con la medicina e in una fertile amicizia con la scienza. È il racconto, prezioso, di quel bene che sappiamo generare anche attraverso il mestiere che facciamo: come quello delicato e magnifico di quei «medici che si trovano davanti i casi più difficili», dice Federica Sciarelli nell’introduzione della prima puntata. Sono loro i "dottori" della serie e nelle corsie del Bambino Gesù contribuiscono alla produzione di «tanta solidarietà, tanto coraggio, tanta speranza e tanta tenacia — prosegue la storica conduttrice di Chi l’ha visto, da quest’anno nel programma — perché qui bisogna vincere grandi sfide». Grandi battaglie che la giornalista racconta dialogando coi protagonisti delle storie e coi loro genitori, ripercorrendo, insieme ai medici dell’ospedale, il drammatico cammino che ha portato dalla scoperta della malattia alla guarigione.

Federica Sciarelli ricostruisce storie di eccellenza medica e di combattività umana, parlando con Cristiana e Paolo, per esempio, i genitori di Alessandro Maria Montresor: il protagonista di una delle quattro storie raccontate nella prima puntata. Conosciuto da molti come “il piccolo Alex”, questo bimbo affetto da una malattia genetica rara è arrivato nel reparto di oncoematologia dell’ospedale Bambino Gesù nell’inverno del 2018, e qui è stato salvato dai medici e dal personale sanitario del centro. Papà Paolo racconta del suo appello sui social che commosse il mondo: dell’idea che ebbe per trovare un midollo compatibile con quello di Alex. Fu uno “tsunami”, ricorda, un fiume di vicinanza, un’eruzione di solidarietà che però non portò al risultato sperato, perché nessuna, tra le migliaia di donazioni ricevute, poté aiutare il suo bambino. E allora i medici proposero una seconda, rischiosa soluzione: tentare di salvare la vita al piccolo con un trapianto di midollo da una persona parzialmente compatibile: un genitore. E «in Europa — spiega Dottori in corsia — un solo centro ha l’esperienza necessaria per tentare questa strada, ed è l’ospedale pediatrico Bambino Gesù». Che proprio «quest’anno compie 150 anni, e dunque è un anno speciale», ha ricordato Simona Ercolani durante la presentazione. Faticoso trattenere le lacrime davanti alle immagini amatoriali del piccolo Alex; dolce sentire dire da sua mamma: «Mio figlio ha un angelo custode», anche se la paura è stata tanta, ma «la speranza non l’ho mai persa», aggiunge papà Paolo, «non mi arrendo davanti alle difficoltà». È anche grazie a loro, dunque, oltre naturalmente alla bravura del professor Franco Locatelli e di tutti gli specialisti che si sono messi a disposizione di Alex, che oggi il bimbo sta bene, è sano. Una sorta di merito collettivo, dunque, grazie a quella «alleanza che se è molto forte può produrre risultati qualche volta inattesi», ha detto ancora Mariella Enoc, perché «questi corridoi — continua Federica Sciarelli nella prima puntata — hanno il potere di rendere i legami tra le persone più forti, indissolubili. Perché la storia di un bambino è sempre la storia di una intera famiglia». Quella di sangue, certamente, prima di tutto, ma anche quella che si crea nell’ospedale. Per questo Mamma Cristiana, all’inizio della rinascita di Alex, aveva paura di lasciare il Bambino Gesù: «Ho chiesto di poter rimanere ancora: si sono messi a ridere». Sa bene, però, che qui potrà tornare ogni volta che ne avesse bisogno. Come fa da trentadue anni Giulia: la seconda storia della terza stagione di Dottori in corsia, che arrivò bambina e che oggi, sempre stretta con amore dalla stupenda mamma Simonetta, è qui per partorire Valeria. Ha un cuore trapiantato, Giulia, e non troppo tempo fa i medici l’hanno salvata da una crisi di rigetto. La sua storia inizia nel 1987, quando le tecniche sono sperimentali e i donatori pochissimi. Un giorno di novembre arriva la telefonata. «C’è un cuore per sua figlia», dicono a mamma Simonetta, ma l’intervento è complicato, le cose sembrano precipitare, e la paura ancora una volta è enorme. Poi la gioia, la speranza, quel futuro che sembrava impossibile. Giulia racconta la sua storia mentre fa l’ecografia morfologica: il cuore di Valeria sta bene, e lei — e non solo lei — si commuove. «La storia di Giulia — ha spiegato Simona Ercolani — ha ispirato questa stagione: è la storia delle storie, perché accanto a quelle seguite per un anno nel loro svolgersi, ne abbiamo recuperate altre di eccellenza medica del passato, insieme all’ospedale, proprio per far vedere come quello che stanno passando le famiglie e i bambini che seguiamo oggi, in qualche modo si possa risolvere e possa dare una grande prospettiva di vita in futuro». Una di queste storie è quella di Anna, nata nel 2008 e da subito in battaglia per la vita. I suoi genitori hanno temuto di perderla non una, ma tante volte per una grave malformazione cardiaca congenita. Un primo, delicato intervento quando era appena nata, ricorda la cardiologa Alessandra Toscano: quasi 12 ore a cuore aperto, un lavoro sui millimetri, e poi, durante una visita di controllo, un arresto cardiaco e un tentativo di rianimazione durato più di un’ora, ostinatamente, con la possibilità di non poter evitare, salvandola, gravi danni cerebrali. Ancora l’angoscia, le poche speranze di farcela, ricorda il cardiochirurgo Gianluca Brancaccio, ma anche per Anna tutto miracolosamente è andato bene, e la quarta storia della prima puntata, quella del neonato Guido, racconta la stessa patologia undici anni dopo, oggi, ribadendo la forte volontà del Bambino Gesù «di curare sempre meglio, di dare sempre più speranza ai bambini di Roma, italiani e di tutto il mondo — ha spiegato ancora Mariella Enoc — perché l'Ospedale Bambino Gesù apre le sue porte, il suo cuore, il suo sapere a tanti paesi del mondo».

di Edoardo Zaccagnini

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06 dicembre 2019

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