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​Racconta Liliana Cavani

«La sua è stata una partecipazione totale all’esistere. Una vita dedicata al mondo; più nel mondo di così si muore» ci dice Liliana Cavani ricordando il documentario che nel 1964 ha dedicato ai Piccoli fratelli di Gesù e alla spiritualità di Charles de Foucauld; una vita che più si allontana nel tempo più appare libera, affascinante, misteriosamente feconda. «Gli interessava — continua — testimoniare, essere presente, vedere, osservare, contagiare con lo spirito. Si fece monaco per questo, la solitudine in realtà era una continua occasione di incontro. Per anni ha fatto il giardiniere a un piccolo gruppo di clarisse, dormendo nella chiesetta del convento o nella baracca degli attrezzi nell’orto, poi ha scelto di vivere tra i tuareg, e di custodire la memoria della loro lingua». 

Un fotogramma di «Gesù mio fratello» il documentario dedicato da Liliana Cavani alla spiritualità di Charles de Foucauld (1964)

Gesù mio fratello, vita e spiritualità di Charles de Foucauld e dei piccoli fratelli di Gesù è nato da una proposta di Pier Emilio Gennarini, dirigente Rai di grande competenza e grande passione per il suo lavoro. «Nella vita, credo, non ha firmato quasi nulla» ricorderà Furio Colombo, rievocando la vivacità culturale della Radio televisione italiana dei primi anni Sessanta «ma lo reputo il miglior giornalista mai incontrato in diverse e variegate carriere. Era il tipo che di fronte all’incertezza — “Ma lo posso fare?” — replicava: “Se pensi che sia la cosa giusta, prova. È un rischio, ma perché rinunciare?”».
Fu possibile realizzare il documentario anche grazie all’amicizia con padre René Voillaume, priore generale dei Piccoli fratelli fino al 1965, e al suo archivio su padre Charles. «Alcuni di loro lavoravano in una fabbrica metallurgica di Marsiglia ma non era possibile filmarli all’interno dello stabilimento. Altri vivevano in Libano e in Siria. Ricordo uno di loro, medico oculista, addolorato perché tanti bambini avevano patologie gravi agli occhi. E le sorelle che vivevano a Damasco, in una bidonville, una lavorava in una fabbrica di valigie, un’altra aiutava gratuitamente le famiglie in difficoltà prendendosi cura dei figli piccoli. Si rimboccavano le maniche e facevano servizio, lavorando e pregando. Uno di loro, autista di camion, mi diceva “Io prego per quelli che non hanno il tempo di farlo, o non ne hanno voglia”. Vivevano mescolati alla gente. Non volevano interviste in pubblico. A Marsiglia li ho filmati in un piccolo appartamento molto modesto, o da lontano, mentre andavano al lavoro in bicicletta, in una raffineria vicina al porto. Tanti di loro erano molto giovani; ricordo il loro priore, un milanese dolcissimo. Un’attività silenziosa ma molto efficace. Una vera libertà interiore, riproposta ogni giorno, mai stantia, mai ripetitiva, sempre fresca, un modo di vivere simile a quello dei francescani primitivi».

di Silvia Guidi 

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23 maggio 2018

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