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Rabbia e speranza a ritmo di rap

· Nella serie tv «Atlanta» ·

Come non parlare di una serie tv che ha appena conquistato un Golden Globe per la miglior commedia e uno per il miglior attore protagonista? Come non soffermarsi su quel Donald Glover che è corpo e voce del personaggio principale di Atlanta, ma che è anche l’anima motrice dell’intera operazione? Lui l’ha ideata, lui l’ha scritta, lui l’ha prodotta e sempre lui, attore e famoso rapper americano — col nome di Childish Gambino — ha girato alcuni dei dieci episodi andati in onda prima negli Stati Uniti e poi in Italia, su Fox, dal 19 gennaio scorso.

Ha scelto l’accumulo, il talentuoso Glover, l’avanzamento narrativo per frammenti indipendenti, senza colpi di scena drammatici. Ha usato palate di ironia, ma ha pure riempito i suoi quadri di dialoghi serrati che fanno impennare la tensione, che impongono riflessioni su questioni gigantesche che riguardano l’essere umano. Ha come smontato pochi segmenti da una linea retta più grande; ha messo insieme due pugni di episodi come le isole di un arcipelago, come i rami di uno stesso albero, liberi e slegati ma in fondo complementari. Serietà e leggerezza si alternano nella sorprendente libertà espressiva delle brevi frazioni di circa 25 minuti l’una, strappate dalle esistenze vagabonde di due cugini che vogliono aprirsi un varco nel mondo dell’hip-hop: Earn (Glover, appunto) è deluso da un’esperienza all’università di Princeton, e chiede ad Alfred, rapper strampalato e rissoso che si fa chiamare Piper Boi, di potergli fare da manager; questi, dopo qualche tentennamento iniziale, finisce per accettare la proposta del cugino.
Con loro c’è Van, donna bella e pragmatica, sapiente e al tempo stesso fragile, precaria compagna di Earn e madre della loro incantevole figlioletta. Sono tutti e tre giovani, tutti e tre di Atlanta — la città di Martin Luther King e di Spike Lee — e tutti e tre di colore. Tutti e tre, inevitabilmente, alle prese col colore della loro pelle. La loro Atlanta è sfocata e sfuggente: se stessa e insieme punto di partenza per un racconto più ampio. Il rap riempie il loro spazio ai margini, il loro presente viziato e alterato dai social, è la colonna sonora del loro continuo sbattere sul vetro di un piccolo mondo inesorabilmente chiuso, è il lamento sublime che accompagna il loro vivere sospesi tra gli schemi del ghetto e un’affannosa, rabbiosa e forse rassegnata speranza. «Il rap è questo — sentenzia Piper Boi — trarre il meglio da una brutta situazione». Non sanno scendere, i ragazzi di Atlanta, da una giostra che gira su se stessa senza andare da nessuna parte.

La verità di Atlanta, seppure avvolta nel sarcasmo, è che i fragili pagano un conto salatissimo, anche se sanno rimanere onesti e coerenti con se stessi, come in fondo fanno Earn e Van, che potrebbero adottare scorciatoie, vendersi e sporcarsi, ma che invece, come nel party a casa dei benestanti insopportabilmente gentili, sbottano per l’odore di ipocrisia che sentono dovunque, e appena fuori, in una delle centellinate sequenze sentimentali di Atlanta, si amano nell’automobile, come mai, prima di allora avevano fatto.

di Edoardo Zaccagnini

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24 agosto 2019

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