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Quinto Mucio Scevola

· In una nuova serie di «Scriptores iuris Romani» ·

La figura del giurista romano Quinto Mucio Scevola, nato intorno al 140 avanti l’era cristiana, è al centro il 13 giugno di un incontro all’università di Paris ii Panthéon-Assas che grazie agli «sguardi incrociati» di cinque specialisti intende presentare il progetto degli «Scriptores iuris Romani» diretto da Aldo Schiavone. Con lui intervengono John Scheid, Dario Mantovani, Letizia Vacca e Jean-Louis Ferrary. Del primo volume, che raccoglie appunto l’opera di Quinto Mucio, pubblichiamo una recensione di Valerio Marotta.

Fregio del lato ovest  dell’Ara Pacis

Primo volume della nuovissima collana «Scriptores iuris Romani» diretta da Aldo Schiavone, quello che raccoglie, a cura di Jean-Louis Ferrary, dello stesso Schiavone e di Emanuele Stolfi, l’opera di Quinto Mucio Scevola ( Quintus Mucius Scaevola. Opera, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2018, pp. XV + 483, euro 145) apre una serie che si propone di offrire un’edizione delle opere, tradotte e commentate, dei giuristi romani. 

Questa collana, autentico cardine, sul piano scientifico, di un progetto finanziato da un Advanced Grant 2014 dell’European Research Council, nutre l’ambizione di diffondere, tra un pubblico più ampio dei soli cultori del diritto romano, gli scritti dei giuristi d’età repubblicana e imperiale, promuovendo, al contempo, un modo ancora sconosciuto, al di fuori di un ristretto gruppo di specialisti, di studiare quest’esperienza giuridica. Una maniera che non guarda, com’è invece consuetudine secolare sin dal recupero medievale della compilazione giustinianea, al Corpus iuris civilis e, in particolare, alla sua parte intellettualmente più viva, i Digesta, come a una sorta di codice.
In effetti perfino in questi ultimi — che consistono in una raccolta sistematica di brani estratti, in base alle procedure definite da Giustiniano, dagli scritti più importanti degli antichi giuristi vissuti dagli esordi del i secolo prima dell’era cristiana fino all’ultimo decennio del iii secolo dell’era cristiana — a ciascun frammento delle loro opere (disposto per materia in differenti libri e titoli) si attribuì quasi la funzione di «articoli di un unico, organico testo normativo». In tal modo un diritto di casi e azioni, orientato per secoli dai giuristi in un incessante confronto di opinioni (il cosiddetto ius controversum), si convertì «in un diritto di codici, in un comando dello Stato».
Purtroppo, a eccezione delle Istituzioni di Gaio, delle migliaia e migliaia di libri dei giuristi romani, al di fuori dei Digesta, quasi nulla è scampato a quella autentica catastrofe della tradizione manoscritta che segnò la fine del mondo antico. Fino al xix secolo anche gli studiosi medievali e moderni hanno, per necessità, lavorato sulle fonti giustinianee come su un testo normativo, da aggiornare e dalle quali «ricavare regole per il presente». A questo necessario sforzo di attualizzazione si è sovrapposta — lungo una linea di studi che risale fino a Savigny — la convinzione che i giuristi romani sarebbero stati intrinsecamente indistinguibili l’uno dall’altro, cioè tutti “persone fungibili”.
I volumi del progetto «Scriptores iuris Romani» si propongono, nel loro complesso, di elaborare un’immagine dei giuristi romani differente da quella definita, già con la Scuola Storica, dalla romanistica dell’Ottocento e del Novecento; una storiografia tutt’altro che neutrale, ma estremamente tendenziosa, che intendeva radicare, nella vicenda storica del diritto romano, il proprio modello di scienza del diritto, isolando, pertanto, il fenomeno giuridico da tutti gli altri aspetti che condizionano la realtà.
I due volumi della Palingenesia iuris civilis di Otto Lenel (1889) e i tre della Iurisprudentia antehadriana (1896) di Franz Peter Bremer, opere entrambe frutto di mirabile erudizione, e, tuttora, strumenti indispensabili per chiunque intraprenda una qualsiasi indagine romanistica sul diritto d’epoca repubblicana o imperiale, non riuscirono a influenzare — al di là di qualche isolata eccezione (spiccano, a tal riguardo, i contributi di Contardo Ferrini, proclamato beato da Pio XII) — le linee di ricerca della maggior parte degli studiosi di diritto romano. Anzi il tentativo di risalire al dettato degli antichi testi dei giuristi, isolando e scrostando le interpolazioni, degenerò, dagli inizi del Novecento, in una vera e propria caccia non soltanto ai cosiddetti emblemata Triboniani ma anche e soprattutto alle glosse pregiustinianee. Tutto ciò, sul piano della concreta ricostruzione storica, corrispondeva all’idea del tutto infondata che si fronteggiassero, da un canto un diritto dei primi secoli dell’Impero ancora rigido e formalistico, dall’altro una compilazione i cui progrediti valori, quali, per esempio, il richiamo all’aequitas, sarebbero stati introdotti mediante massicce interpolazioni, che avrebbero recepito consuetudini delle province orientali dell’Impero e pretese elaborazioni teoriche delle scuole giuridiche tardoantiche.
Anche l’invito rivolto ai romanisti, nel 1917, da Ludwig Mitteis a seguire il sorgere graduale dei concetti giuridici e a presentare, in tal modo, una storia giuridica biografica rimase, fino agli anni sessanta del secolo scorso, sostanzialmente inascoltato. Ora — trascorsi più di cinquant’anni e approfonditi, in tante indagini, alcuni snodi fondamentali della storia del pensiero giuridico romano — questa collana intende offrire, in primo luogo a chi è estraneo a tale disciplina, la possibilità di confrontarsi, senza disperdersi in una miriade di contributi scritti soltanto per essere letti da altri specialisti, con il profilo intellettuale di alcuni giuristi.
Il volume adesso pubblicato e dedicato a Quinto Mucio Scevola — «il giurista più eminente dei suoi tempi» (che coincidono con gli anni dell’adolescenza e della giovinezza di Cicerone) — centra senza dubbio quest’obiettivo. Ferrary ha ripercorso, da par suo, le vicende biografiche del giureconsulto, dalla nascita, verosimilmente nel 140 prima dell’era cristiana, al consolato, nel 95, al governo, verso il 98, della provincia d’Asia, «l’episodio più significativo di tutta la sua carriera politica». L’elezione, forse nell’89, al pontificato massimo, nel corso della cosiddetta guerra sociale, coincide di fatto con l’inizio del tragico conflitto civile tra i seguaci di Mario e quelli di Silla. Il suo assassinio, nell’82, durante una rappresaglia antisenatoria ordinata dal console Caio Mario il giovane, fu «una delle ultime misure di un regime allo stremo».
Il centro del saggio di Schiavone coincide con l’osservazione che è stato merito di Quinto Mucio aver concepito, per la prima volta, lo ius civile «attraverso una rete di concetti scanditi entro schemi diairetici, la cui capillarità appare un indizio inequivocabile del corrispondente espandersi dell’astrazione». Nell’opera del giurista i concetti (la tutela, l’usufrutto, le servitù, e così via) hanno così assunto una valenza che ha fatto del diritto «un’autentica metafisica». Su di un altro piano la sua riflessione sulle tre diverse forme di conoscenza degli dei — sulla quale ancora si soffermava sant’Agostino — ci pone a confronto con uno degli snodi fondamentali della gestione del potere in Roma repubblicana.
È impossibile, in questa sede, dar conto dell’imponente contributo di Stolfi a quest’impresa. Basti dire che oggi, grazie al suo impegno, disponiamo di un commento ragionato – che si estende lungo 230 densissime pagine — sull’insieme dei fragmenta che hanno restituito qualche traccia del pensiero giuridico di Quinto Mucio.

di Valerio Marotta,  Università di Pavia

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19 agosto 2018

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