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Qui non si può entrare

· L'ingegnosa suor Augustine e i rastrellamenti nazisti ·

Dopo il ricatto della consegna dei cinquanta chilogrammi d’oro imposta alla comunità ebraica romana dal comandante della Gestapo Herbert Kappler, in cambio della loro salvezza, il 16 ottobre 1943 un reparto speciale delle ss agli ordini del capitano Theodor Dannecker, iniziò la caccia agli ebrei per tutti i quartieri della capitale rastrellando dalle loro case 1.259 persone.

Per fortuna alcuni di loro, come la famiglia di Angelo Alatri ed Ester Ottolenghi, grazie all’imbeccata ricevuta da un loro amico, riuscirono a salvarsi rifugiandosi con le loro figlie Emma e Lea prima nell’appartamento dell’avvocato Rey in via dell’Arco de’ Ginnasi e poi, il 24 ottobre, insieme ad altri correligionari, presso il convento delle suore di Notre-Dame de Sion. La madre superiora, suor Augustine, e la sua assistente, suor Maria Agnesa, dopo la razzia nazista avevano subito spalancato le porte della loro casa, con il beneplacito del Vicariato, a ben 187 ebrei.

Suor Augustine

«Il 16 ottobre, all’alba, era una mattina d’autunno — scriveva la cronista dell’epoca — il tempo era cupo e piovoso, gruppi compatti di donne israelite accompagnate dai loro bambini hanno attraversato il cancello di via Garibaldi e, piangendo, urlando, gemendo, fanno irruzione nel parlatorio». In un batter d’occhio fu allestita una grande camerata. «Dopo qualche giorno — ricordano suor Philomène e suor Louise — alcuni si erano azzardati a tornare a casa per prendere almeno un po’ di biancheria. Per fortuna, hanno avuto un po’ di denaro, così almeno non hanno sofferto la fame. Una suora, infatti, fu incaricata per l’acquisto del loro cibo al mercato nero». Al di sotto dello scalone dell’ala sud, si erano sistemati i Ditava con nonna, figli e nipoti; la serra, invece, era divenuta il rifugio degli ultimi arrivati, mentre nel villino accanto, nell’ex casa del giardiniere, avevano trovato ospitalità le famiglie Panzieri e Fiorentini.

In un altro angolo del convento alloggiavano Renata, Leone ed Elio Di Cori, Pietro Gay, il figlio dell’ex rabbino di Genova Ferruccio Sonnino e Roberto Modigliani insieme a sua madre Giuditta Tagliacozzo e sua zia Emma Ascarelli. Tra questi rifugiati vi erano anche due profughi ebrei di Zagabria. Dopo qualche giorno, appreso che le loro famiglie si trovavano a Sion, si presentarono altri tre ebrei travestiti da domenicani.

Per garantire l’incolumità dei loro ospiti le religiose avevano escogitato un sotterfugio, collocando nei pressi della cucina un grande armadio a muro all’interno del quale avevano inserito una porticina: ogni volta che scattava l’allarme, tutti i rifugiati si precipitavano lì e, attraverso quella botola, entravano nella stanza accanto per evitare il peggio.

di Giovanni Preziosi

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27 gennaio 2020

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