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Questione
di salute pubblica

· Il Regno Unito crea un ministero per la solitudine ·

Scattata durante un vertice Ue a Bruxelles il 20 ottobre scorso, “Lonely Theresa May”, foto simbolo della solitudine, è diventata virale sui social networks. L’immagine ritrae la premier britannica sola, seduta al tavolo dei negoziati, vestita di bianco e nero, lo sguardo perso davanti a quattro vasi di fiori. Isolata in Europa ma anche in seno al suo partito, dopo la terza dimissione di un membro del suo governo in due mesi, la leader conservatrice ha fatto la scelta di reagire di fronte alle avversità, ripartendo proprio dal tema dell’isolamento. Con la nomina di Tracey Crouch come nuovo sottosegretario per la solitudine, Theresa May riprende un progetto elaborato dalla deputata laburista Jo Cox, uccisa nel 2016 da un estremista di destra, che affronta un tema sociale e sanitario che riguarda ben nove milioni di persone nel Regno Unito.

«Per troppe persone, la solitudine è una triste realtà della vita moderna — ha detto May —. Voglio affrontare questa sfida per la nostra società e per tutti noi e agire contro la solitudine sopportata in particolare dagli anziani e da coloro che hanno perso i loro cari, persone che non hanno nessuno con cui parlare o condividere i propri pensieri ed esperienze».

I dati sono allarmanti. Un sondaggio recente effettuato dall’associazione di beneficenza Age uk rivela che più di 200.000 anziani non hanno scambiato una parola per un mese con nessuno.

Anche la chiesa anglicana suona il campanello d’allarme. Secondo una ricerca effettuata tra le diocesi del paese dal Church Urban Fund e dalla Church of England, un numero crescente di preti ritiene che la solitudine e l’isolamento sociale rappresentano uno dei problemi maggiori nelle loro comunità. Un’altra ricerca portata avanti dall’organizzazione Relate and relationship Scotland e pubblicata nel 2017 dimostra che circa cinque milioni di persone adulte in Gran Bretagna non hanno amicizie strette e la maggior parte delle persone che lavorano sono più in contatto con il proprio capo e i colleghi, che con la famiglia e gli amici più stretti. Il dramma della solitudine fa più vittime dell’obesità. Un rilevante studio americano, infine, ha dimostrato che l’isolamento sociale aumenta del 50 per cento il rischio di morte prematura.

La solitudine è quindi legata ad alcuni aspetti della società attuale, particolarmente nei paesi occidentali: la famiglia che non svolge il suo ruolo, un tessuto sociale frastagliato, l’invecchiamento della popolazione, l’insicurezza nei trasporti urbani, l’emergenza sanitaria. Ma esiste oggi anche un’altra forma di solitudine, chiamata ad accentuarsi pericolosamente: quella virtuale. Nonostante la disponibilità di applicazioni e servizi che dovrebbero avvicinare le persone, da Tinder a WhatsApp, cresce la solitudine nella vita reale. Ore e ore passate davanti allo schermo, mentre si ritarda in fin dei conti il più possibile l’incontro reale con il nuovo amico, in realtà uno sconosciuto.

Qualche anno fa, per fermare l’epidemia dell’obesità, le autorità britanniche non hanno esitato a decidere misure drastiche, sulla scia dell’azione di Michelle Obama negli Stati Uniti. Allo stesso modo il governo May intende intervenire dunque anche per affrontare l’epidemia di solitudine con opportune misure da intraprendere a partire dall’infanzia fino alla tarda età.

Ma basterà l’istituzione di un nuovo ministero? Qualche dubbio è stato formulato da Philip Booth, docente di finanza e di politica all’università londinese di Saint Mary ed esperto di dottrina sociale della Chiesa, convinto che anche se si tratta di una buona iniziativa, il problema debba essere affrontato diversamente. Ovvero partendo dal basso anziché dall’alto. «Negli ultimi quarant’anni le famiglie si sono disperse in diverse parti del Regno Unito e sono diventate più piccole e frammentate; le chiese, che tradizionalmente erano il luogo privilegiato di formazione delle comunità, si sono indebolite», spiega l’esperto. È pertanto «importante ripartire da parrocchie, associazioni e famiglie per combattere l’isolamento e sono le autorità locali, anziché quelle nazionali, che possono agire meglio a questo livello». Come dicono spesso gli anglosassoni, va applicato il motto “think globally, act locally”.

di Charles de Pechpeyrou

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