Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Questa volta no, Woody

· La fretta rischia di diventare trasandatezza in «To Rome with love» ·

A pochi mesi dal grande successo di Midnight in Paris arriva in Italia il film di Allen girato a Roma con Benigni. Alcune storie si intrecciano sullo sfondo di una capitale placida e perennemente assolata. Girovagando per il centro, un noto architetto americano (Alec Baldwin) ha l’impressione di rivivere alcuni momenti della giovinezza trascorsi nella città eterna, tanto da finire per incontrare una sorta di suo alter-ego ragazzo (Jesse Eisenberg) al quale farà da fantasmatico cicerone attraverso monumenti e acerbe ma intense vicende sentimentali. Antonio (Alessandro Tiberi) e Milly (Alessandra Mastronardi), invece, sono venuti a Roma dalla provincia per incontrare i parenti altolocati di lui. Ma se il primo finirà in compagnia di una donna dai facili costumi (Penelope Cruz), la seconda verrà distratta dal suo divo del cinema preferito (Antonio Albanese). Due coniugi americani (Judy Davis e Woody Allen) vengono nella capitale per conoscere il fidanzato della figlia, e l’uomo (regista d’opera in pensione) scopre casualmente nel futuro consuocero un tenore di grande talento. Infine, Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), umile lavoratore, si ritrova improvvisamente a essere l’uomo più famoso del Paese.

Diciamolo subito. Mentre pochi mesi fa ci si interrogava se l’ultimo film di Allen fosse uno dei suoi migliori, oggi abbiamo decisamente meno dubbi nel giudicare questo To Rome with love molto vicino all’altra estremità dello spettro qualitativo, assieme a Criminali da strapazzo , Hollywood Ending e una manciata di altri lavori. Niente che lasci immaginare un declino creativo, s’intende, perché ormai siamo abituati a queste montagne russe alleniane. Dopo Anything else e Melinda e Melinda è arrivato Match Point , dopo Vicky Cristina Barcellona è giunto Basta che funzioni e, poco dopo, Midnight in Paris , vincitore di un Oscar alla sceneggiatura, risarcitorio di troppe occasioni mancate.

Dispiace, semmai, che a questo risultato si sia giunti proprio quando il suo cinema in tournée europea aveva fatto tappa in Italia. E proprio quando sul medesimo set, anche se mai contemporaneamente, erano comparsi due giganti della commedia peraltro così diversi come Benigni e lo stesso Allen. Proprio la presenza dei due, in realtà, induceva a qualche sospetto. Il comico toscano è l’attore italiano più famoso in America, mentre le ultime due apparizioni di Allen come interprete sono state proprio in Hollywood Ending e nel poco più convincente Scoop . Il sospetto, insomma, è che la scelta fosse dettata dal risollevare le sorti di un progetto nato già un po’ più fiacco del solito. Anche se furba, tuttavia, l’idea è stata azzeccata, perché proprio dai due vengono alcune delle cose migliori del film.

Benigni è impegnato in un episodio surreale sulla falsariga dell’Allen prima maniera, ma anche di alcuni giochi degli equivoci portati al paradosso visti in alcuni film propri, come Johnny Stecchino . Alla lunga la gag risulta un po’ stiracchiata, anche perché non raggiunge le dimensioni della metafora sociologica. Si voleva alludere alle profezie di Warhol diventate realtà grazie ai tempi dei social network e dei reality show ? In ogni caso il personaggio è fatto su misura del comico italiano, e tanto basta per ridere.

Il personaggio che il regista ha scritto per sé, invece, funziona ancora meglio, perché l’Allen umorista puro, quello del botta e risposta per intenderci, è anche stavolta in gran forma, nonostante il repertorio sia sempre lo stesso: qualche dardo contro l’amata-odiata psicanalisi, qualche leopardiana verità sulla vita, e soprattutto gli inimitabili cortocircuiti fra piccoli e grandi sistemi, cultura alta e immaginario popolare. Ed è da quest’ultima costante che nasce l’unico vero momento da antologia del film: il cantante lirico che riesce a dare il meglio di sé solo sotto la doccia, e che quindi su consiglio del regista si porta dietro l’apposita cabina su ogni palco dove è chiamato a esibirsi. Inoltre il doppiaggio post Lionello (tanto temuto dal pubblico italiano) viene risolto egregiamente da Leo Gullotta con una sorta di sorprendente imitazione del rimpianto collega e amico.

Tutto ciò, però, non evita che complessivamente il film appaia più che altro come un collage di brandelli di cinema alleniano messi insieme alla rinfusa, alla stregua d’un compendio. E calati in una miscela di registri che un po’ stridono fra loro. La storia che vede protagonista Eisenberg percorre quei sentieri del caso e del cuore dal sapore rohmeriano cui Allen è avvezzo dai tempi di Manhattan . Ma la levità che si vorrebbe ricreare nel paradosso spazio-temporale è molto lontana da quella di Midnight in Paris , e vira già verso la maniera, anche perché Baldwin è molto più credibile come semplice turista che come voce della coscienza.

L’episodio della Mastronardi e di un Tiberi che ci fa piacere vedere promosso a ennesimo alter-ego dell’autore, è invece un omaggio evidente (anche se inconscio, ha detto Allen) al cinema italiano. I due provinciali che si perdono per Roma sono chiaramente ricalcati sui protagonisti de Lo sceicco bianco , con lei infatuata del divo di cartapesta e lui vessato dal parentado ansioso si sistemarlo. Ma la ragazza smarrita per la città ricorda anche Elena Varzi in Il cammino della speranza . Allen però non ha né la mano né la pazienza per descrivere bene lo spaesamento, e il suo rimane lo sguardo del turista. Dimostra più tocco, semmai, quando descrive un doppio adulterio dalle geometrie mitteleuropee.

La solita fretta degli ultimi tempi, insomma, stavolta rischia di diventare trasandatezza. Torna dunque con prepotenza un appunto che la critica sempre più spesso muove al regista. Non sarebbe meglio fare un grande film ogni quattro anni che uno piccolo ogni anno? Risponde lo stesso Allen in conferenza stampa: nel desiderio di fare tanti film non c’è di mezzo solo l’ispirazione, ma anche il bisogno terapeutico di sprofondare nel cinema per allontanarsi dalle tristezze della vita. Se questa terapia funziona, siamo felici per lui. Anche perché con la psicanalisi, come ormai sappiamo bene, ha fallito. «Se mi trovassi Freud davanti — dice in una battuta del film — mi farei ridare i soldi indietro».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 febbraio 2018

NOTIZIE CORRELATE