Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quell’uomo fragile
che seppe vincere la diffidenza

· Il viaggio di Giovanni Paolo II ad Atene nel maggio del 2001 ·

Tredici anni sono passati dal maggio 2001, quando Giovanni Paolo II, su invito del presidente della Repubblica ellenica Stephanopoulos, venne ad Atene (prima tappa del pellegrinaggio giubilare in Grecia, Siria e Malta). Quante trasmissioni per radio e tv. Quanti titoli cubitali su quotidiani e riviste.

E quante tavole rotonde, per dibattere sui motivi della sua visita. «Chi l’aveva invitato?». «Che cosa veniva a fare un Papa in Grecia, Paese ortodosso, non soggetto alla sua autorità?».

Al palazzo arcivescovile, Giovanni Paolo II arrivò verso l’ora di pranzo. C’era poca gente per le strade. Sulla soglia ad aspettarlo non c’era l’arcivescovo ortodosso Christodoulos, ma un semplice rappresentante, l’archimandrita Daniele. C’era da giurare che tutti gli oltre otto milioni di greci stessero davanti al televisore, pronti a misurare le parole che avrebbe detto il primate di Atene e di tutta la Grecia. Christodoulos esordì direttamente, con parole che egli stesso definì «prive di cortesia formale perché solo se diciamo la verità nella carità e ammettiamo gli errori possiamo sperare di giungere all’unità della fede». Il discorso era pieno di puntigliosi richiami agli errori della Chiesa di Occidente. In poche parole, la Chiesa di Grecia chiedeva al Papa che presentasse le sue scuse per tutto ciò. Sugli schermi appariva Giovanni Paolo II curvo per l’età e col capo chino. Più che un ospite di onore, pareva un imputato. Nessun applauso. Ancora imbarazzo e gelo. La parola ora toccava al Papa. Si mise in piedi e prese in mano i fogli del discorso, senza guardarli. Puntò invece il suo sguardo sul volto dell’arcivescovo e disse chiare due parole: Christós Anésti! Cristo è risorto!, l’augurio-annuncio che i cristiani in Oriente dicono per tutto il tempo pasquale, sostituendolo col buongiorno o altro saluto. Nessuno l’aveva detto fino a quell’istante, e fu il Papa a dirlo per primo. Sul volto di Christodoulos si disegnò un sorriso di sorpresa («Guarda un po’, invece di dirglielo noi l’ha detto lui a noi»). Quel sorriso contagiò gli astanti, e di un tratto il clima cambiò.

Rosario Scognamiglio
Docente di teologia patristica all’Istituto di teologia ecumenica «San Nicola» di Bari

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE