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Quell’unico suono
che porta a Dio

· Caravaggio e la musica ·

Pubblichiamo stralci di un articolo apparso sull’ultimo numero del mensile «Amadeus».

Caravaggio. L’ultimo dei grandi pittori classici e il primo dei moderni; una personalità che impresse un impulso polemico ed eccezionalmente d’avanguardia alla produzione pittorica coeva; un artista geniale e «maledetto» anticipatore di un rapporto libero e in opposizione con il proprio tempo; un sommo interprete del dramma dell’uomo rappresentato attraverso raffigurazioni teatrali, tagliate dai fasci di luce di un sole reso nero dall’eclissi; il creatore di un mondo figurativo dove la sfera della fantasia è resa attraverso i mezzi profetici di un iperrealismo a venire; un uomo in fuga dai suoi misfatti, dalle sue vittime, da se stesso: un genio capace con le sue opere di creare scalpore, ammirazione e seguaci tra colleghi e nobili in tutti i luoghi che abitò nel corso di un precipitoso e tumultuoso itinerario di morte attraverso la penisola italiana, la Sicilia e l’isola di Malta; un «dead man» omicida, condannato alla decapitazione, capace di allontanare la scadenza della sua fine prematura attraverso insperati aiuti che nascevano dall’entusiasmo sollevato dalla sua arte. 

Caravaggio, «Suonatore di liuto» (1595-96, particolare)

La musica svolse un ruolo tutt’altro che secondario nell’arte e nella vita di Caravaggio (Milano 1571 - Porto Ercole 1610). Intanto, non sempre è stato adeguatamente sottolineato che l’arco cronologico dell’esistenza del pittore lombardo combacia perfettamente con quello dell’ideazione e della prima affermazione del recitar cantando e del melodramma: dal sorgere della fiorentina Camerata de’ Bardi (la prima riunione di cui si ha notizia si tenne nel 1573, Caravaggio aveva due anni) alle imprese teatrali mantovane di Claudio Monteverdi ( L’Orfeo nel 1607 e L’Arianna nel 1608), a cui il pittore sarebbe sopravvissuto ben poco.
Come in questi giorni ci sta suggerendo una mostra allestita a Cremona, se c’è un artista figurativo da accostare a Monteverdi più di qualsiasi altro, questo è proprio, inaspettatamente, Caravaggio: per l’eccezionale forza, personalità e resistenza alle «trazioni» estetiche con cui riuscì a svolgere il ruolo di cardine in un momento di rivoluzione epocale tra età antica ed età moderna; per il medesimo desiderio di portare in primo piano la rappresentazione drammatizzata e spesso in abiti all’antica delle vicende e delle passioni umane, sbalzate teatralmente su fondali spesso anonimi, artificiali, forse volutamente allusivi all’effimero. Del resto è nota la pratica pittorica adottata da Caravaggio, che prediligeva raffigurare i suoi modelli dopo averli atteggiati in circoscritte ma organizzate messe in scena, realizzate in studio e illuminate artificialmente da un sapiente gioco di luci degno di un vero palcoscenico. Che fascino potrebbe procurare rileggere Monteverdi — Madrigali, Melodrammi e musica sacra — è il caso di dirlo, alla «luce» della peculiare intensità di Caravaggio.
C’è poi un gruppo di dipinti, riferibili ai primi anni trascorsi dal pittore a Roma, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, che pongono in maniera più esplicita la questione del rapporto tra Merisi e la musica. Opere che divennero archetipi per una serie di raffigurazioni di esecutori, partiture e strumenti musicali che avrebbero costellato l’età barocca.
Nell’inventario dei beni presenti nella sua casa redatto il 26 agosto 1605, sono citati «una quitarra», ovvero un liuto, e un violino. C’è chi non ha dubbi in merito: il Merisi li suonava. Altri hanno affermato che probabilmente Caravaggio li utilizzava esclusivamente come modelli per i suoi dipinti: riferendoli però a una tipologia più antica. Ci sono poi i documenti che testimoniano della serenata diffamante e offensiva che, la notte del 30 agosto 1605, il burrascoso artista avrebbe cantato e suonato sotto la finestra (prima demolita a sassate) della sua ex-affittuaria che lo aveva querelato. Più di tutto, però, appare significativa una frase attribuita al pittore, in cui affiora quanto la musica, in senso lato, fosse importante per la sua vita e la sua arte: «Prendo in prestito dei corpi e degli oggetti, li dipingo per ricordare a me stesso la magia dell’equilibrio che regola l’universo tutto. In questa magia l’anima mia risuona dell’Unico Suono che mi riporta a Dio». 

di Massimo Rolando Zegna

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26 gennaio 2020

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