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Quello strappo
nel cielo di carta

· ​Pirandello e il sentimento del contrario ·

È meglio restare in superficie. Chiunque voglia andare in profondità, lo fa a suo rischio e pericolo. Così sentenziava Oscar Wilde nel mettere in guardia dal pericolo di volerne sapere di più sulla vita e sul mondo. Una migliore conoscenza, come affermava a sua volta Arthur Schopenhauer, sistematicamente si traduce in una maggiore sofferenza. E il connubio di conoscenza e sofferenza rappresenta il fondamento della poetica dell’umorismo forgiata da Luigi Pirandello, che al tema, controverso e intrigante, dedicò un saggio intitolato, appunto, L’umorismo (1908). La sua riflessione s’inserisce nella dimensione filosofica-estetica di inizio Novecento, caratterizzata in particolare dai saggi di Henri Bergson e di Sigmund Freud rispettivamente su Il riso e su Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio. Ma quella dimensione viene poi superata dallo scrittore siciliano: la sua riflessione, infatti, si innerva di componenti di carattere psicologico e intellettuale che convergono in un unico alveo, fino a creare uno scenario in cui si consuma il dramma esistenziale dell’uomo moderno. L’umorismo pirandelliano si configura come una forza di percezione, acuta e illuminante, della realtà, che travalica e sublima le più corrosive finzioni. Un umorismo che alla presunta salda identità della persona sostituisce una maschera, solo in apparenza falsa: è la maschera, alla fine di un processo di riconoscimento interiore, che risulterà essere più vera del volto di facciata. L’umorismo, in sostanza, si traduce nel sentimento del contrario, che spezza la superficie e va in profondità, introducendo l’elemento decisivo della riflessione. Prova ne sia quella «vecchia signora» descritta nel saggio L’umorismo, che va in giro tutta truccata per nascondere i segni dell’età. Così conciata, desta il riso dei passanti, ma quel riso si trasformerà ben resto in un pensiero amaro e inquietante, quando si passa a considerare la tristezza che pervade quella donna, che fatica ad accettare l’inclemente trascorrere del tempo, e che quindi si affida alla cosmesi per nascondere non solo le rughe, ma anche e soprattutto il suo dolore. L’umorismo in Pirandello assurge dunque a tribunale che, senza battere ciglio, emette sentenze severe sulla penosa fragilità umana.
Uno dei più insigni studiosi di Pirandello, Arcangelo Leone de Castris ha definito l’umorismo pirandelliano la suprema manifestazione della poetica della crisi esistenziale. Un umorismo che si configura quale grande bilancio intellettuale e che segna la schematizzazione definitiva, in sede di meditazione organica, della visione pessimistica e relativistica della realtà che sin dall’inizio, dai versi giovanili e dalle prime novelle, l’arte dello scrittore ha testimoniato. La sua poetica umoristica è una teoria del “riso straziato” non dissimile, nelle intenzioni polemiche e nella consapevolezza storica e culturale, dalla razionale poetica del Leopardi della Ginestra: una poetica che riconosce, senza infingimenti o edulcorazioni, la disperazione in cui precipita l’uomo incapace di attingere a forme di dignitoso riscatto. In un celebre passaggio de Il fu Mattia Pascal, Pirandello scrive: «Beate le marionette su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente a prender gusto alla loro commedia...senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato». Ma se lungo il sottile discrimine che divide l’apparire e l’essere si verifica un imprevisto, ovvero si produce «uno strappo a quel cielo di carta», allora l’uomo può almeno coltivare l'illusione di attingere il senso della propria esistenza, libera da pastoie e costrizioni. Ma dietro l’angolo, rimane appostato l'umorismo, ovvero quella riflessione disincantata che finisce per gettare un’ombra scura anche sulla felicità più radiosa. Un assunto, questo, che richiama suggestivamente la poetica di Ivan Goncarov, che nel suo capolavoro Oblomov, dichiara, a proposito di uno dei personaggi, un certo Stolz: «Della gioia godeva come di un fiore colto per strada, fino a che non appassiva fra le mani, senza vuotar mai la tazza sino a quella goccia d’amarezza, che è in fondo ad ogni godimento».

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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