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Quello straniero accolto da milioni di italiani

· Cinquant’anni fa l’«Odissea» di Franco Rossi, primo sceneggiato Rai a colori ·

Mezzo secolo fa già esisteva una serialità “seria”, diciamo così: un’idea di racconto televisivo qualitativamente alto. Il 1968, infatti, fu l’anno dell’Odissea di Franco Rossi: il primo sceneggiato della Rai concepito a colori. Non tanto per il mercato interno — almeno nell’immediato — visto che in Italia non si trasmetteva ancora oltre il bianco e nero; quanto per quello estero: per quei paesi, cioè, che già concepivano la messa in onda con ogni varietà cromatica. In ogni caso, visivamente — già solo per scenografie e costumi — quell’Odissea sottotitolata Le avventure di Ulisse era l’opera più spettacolare fino ad allora costruita dal nostro piccolo schermo.

Bechim Femiu nei panni di Ulisse

Fu un evento: un successo enorme che scalpellò una scultura classica della televisione italiana. A rivederla oggi — a modo suo particella del costume nazionale — vi si assaporano dentro i piacevoli intarsi del suo tempo, custoditi nelle venature di una trasposizione vivida nel sostanziale, anche se non integrale, rispetto del testo letterario. Sanno d’allora la voce narrante, pastosa e rotonda, di Carlo Alighiero; riportano laggiù le note di Carlo Rustichelli e gli effetti speciali, modellati con ingegno e genio artigianali, da Carlo Rambaldi e Mario Bava, quest’ultimo anche regista del quarto episodio degli otto totali: quello di Polifemo. Il più “suo”, in fondo, col bel problema — risolto con maestria — di piazzare il gigante/mostro in una grotta contro uomini alti un decimo di lui.

Riavvolgono di cinquant’anni il nastro anche l’icona mediterranea, statuaria e quasi atemporale di Irene Papas — nei panni di Penelope — e il viso angolare, e insieme morbido, di Bechim Femiu: l’attore slavo che per molti rimane il vero Ulisse; lo straniero accolto con favore da milioni di italiani perché appassionato presentatore di un mito remoto e insieme attuale, eternamente soggetto all’interpretazione in quel groviglio di muscoli e pensiero che ne fanno una sostanza complessa, di carne e sentimenti, di individualismo e affettività. Nostalgico della sua terra ma votato alla scoperta, agitato da desideri contrastanti che lo plasmano archetipo citato o riletto in ogni epoca: Platone, Borges, Joyce, e ovviamente Dante, che lo mise all’inferno — canto XXVI — per l’astuzia con cui entrò nella città di Troia. Un Ulisse, quello dantesco, tradito dall’eccessivo «ardore del divenir del mondo esperto», nonostante una condivisibile passione per la conoscenza. Privo di senso del limite, però, e quindi divorato da un desiderio che lo condusse al «folle volo».

Riconduce a un distantissimo mezzo secolo fa, infine, e per certi versi a un lontano più indefinito, astratto e favoloso, la voce scavata che precedeva ogni puntata di quella storica Odissea televisiva. Un quasi canto ammaliante, il suono asciutto e marcato di un poeta dagli occhi affilati, che ormai anziano, con la pelle graffiata dal tempo, leggeva e traduceva il poema del cantore cieco prima della sigla di testa: era Giuseppe Ungaretti, anche lui, un po’ come Ulisse, uomo di tanti luoghi, di tante storie e di tanti fiumi, per citare una sua poesia. Divenne l’immagine di Omero per grandi e bambini di allora, un’assonanza spontanea con quell’Odissea originaria partoritrice della cultura occidentale. Opera immortale per come osserva l’essere umano oltre l’avvicendarsi delle epoche, parlando del suo affanno quando è in piena solitudine, quando è prigioniero di divinità rancorose e vendicative, prive di un vero progetto d’amore per l’uomo. Opera perenne per la sua rinnovabile leggibilità, classicamente pulsante, però, anche per la struttura narrativa di cui è fatta: già solo il meccanismo del flashback con cui Ulisse, dai Feaci, rievoca le sue disgraziate e affascinanti peripezie, fu un’invenzione dal futuro infinito.

E se ancora oggi l’opera di Franco Rossi, Mario Bava e Piero Schivazappa (che fu il terzo regista a lavorarvi) cammina a testa alta in faccia al presente — consapevole di essere considerata da molti non “una” ma “la” trasposizione televisiva del poema omerico — è perché si è fatta intelligente e umile di fronte alla grandezza del testo letterario, sua entusiasta imitatrice mediante una spettacolarità sobria, attraverso parole scandite con cura dentro immagini pulite. Perché scelse di dialogare col pubblico adoperando una messa in scena vigorosa come strumento per agganciare irreversibilmente lo spettatore, stravolgendo però l’opera il meno possibile, ed anzi esaltandola. Si mise al servizio della bellezza antica narrata da Omero, donandone la forza a spettatori poco allenati, ma non per questo sottovalutati. E già l’introduzione di Ungaretti, allora, era il simbolo di una serialità sanamente divulgativa che voleva educare prima che stupire, che cercava di insegnare fornendo le basi e gli strumenti per un potenziale, successivo approfondimento. Una serialità attuale, dunque, ancora oggi; valido esempio mezzo secolo dopo.

di Edoardo Zaccagnini

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06 dicembre 2019

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