Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quell’elettricità
nascosta nelle cose

· Fede e Immaginazione: Walt Whitman ·

A colloquio con Antonio Spadaro, autore della raccolta di saggi «Nelle vene d’America»

La grande riflessione sulla natura della libertà, l’attrazione per quel “richiamo della foresta” che ridimensiona i trionfi della modernità, il mito della frontiera intesa come metafora di un mondo alternativo, fluido e in perpetuo divenire è da sempre il motivo conduttore di molti degli autori nordamericani a cui Antonio Spadaro, direttore di «La Civiltà cattolica», ha dedicato nel 2013 il volume di saggi Nelle vene d’America. Da Walt Whitman a Jack Kerouac (Jaca Book).

A duecento anni dalla nascita di Walt Whitman, il gesuita, autore di una traduzione dei versi del poeta di Camden, Canto una vita immensa (Ancora, 2009) e di un saggio per la rivista dei gesuiti, riflette su un autore controverso, celebrato negli Stati Uniti, ma poco letto in Italia. «È certa una cosa — spiega Spadaro — che l’onda d’urto della poesia withmaniana, tra esaltazioni e denigrazioni, ha attraversato un secolo e mezzo, influenzando tutta la poesia americana successiva, ma anche quella che attinge ad altre radici: dal poeta gesuita Gerard Manley Hopkins a T. S. Eliot, da Ezra Pound ad Allen Ginsberg, da Federico García Lorca a Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, Rubén Darío, fino ai nostri Piero Jahier, Dino Campana (che chiude i suoi Canti Orfici con un verso di Whitman) e Cesare Pavese, che si laureò con una tesi su Whitman e da lui attinse l’ispirazione epico-descrittiva di Lavorare stanca. Con Emily Dickinson, Whitman è al centro del “canone” letterario statunitense. Chi intende occuparsi di letteratura, non solo americana, non può dunque evitare di fare i conti, prima o poi, con questo scrittore».

La poesia di Whitman non sussurra, ma si impone al lettore: lo interpella, lo scuote, lo coinvolge.

L’ispirazione di Whitman canta la vita immensa in passione, pulsazioni e forza (passion, pulse, and power), come scrive in Dediche. Tutto nella sua poesia è vibrazione e slancio. «Io canto il corpo elettrico», proclama con un verso tra i suoi più celebri, nella sezione di Foglie d’erba intitolata «Figli d’Adamo». In questa raccolta fa uso dell’aggettivo “elettrico”, una parola insolita, ben venti volte, anche come sinonimo di spirituale. Sono elettrici il corpo, la città, l’anima, la vita, la voce. L’elettricità scorre come una linfa. Il poeta percepisce il suo scorrere non solo nel suo corpo, ma anche nelle vene del suo paese. Risulta evidente che il quadro di riferimento di Whitman è quello di un nuovo paradiso terrestre per il suo continuo rifarsi alla figura di Adamo, per la freschezza ingenua e primitiva del nominare poeticamente le cose, per il rapporto con la terra come appena uscita dal dito di Dio, per i tratti edenici e idealizzati con cui si parla della gente comune, il common people.

«Il mondo è carico della grandezza di Dio», recita uno dei versi più famosi del poeta inglese Gerard Manley Hopkins, dove la parola “carico” (charged), è in diretta corrispondenza con il whitmaniano flusso di linfa elettrica che scorre in un mondo assolutamente concreto, vissuto appieno nella sua quotidianità e come tale celebrato.

Pronunciare parole è lanciare sassi da una fionda: il gesto è lo stesso. Chi usa parole usa e “fa” cose. Anzi, in un articolo apparso postumo su «The Atlantic Monthly», Whitman scrisse: «Uno scrittore perfetto potrebbe far sì che le parole cantino, ballino, bacino, portino bambini, piangano, sanguinino, s’infurino, pugnalino, rubino, cannoneggino, pilotino navi, saccheggino città, carichino di cavalleria o fanteria, o facciano qualunque cosa possano fare l’uomo, la donna o le forze della natura». Da queste considerazioni si comprende anche perché Whitman abbia fatto un uso spregiudicato del lessico. Il suo vocabolario conta oltre 13 mila parole, di cui circa una metà usate per una sola volta. Alcune sono inventate, altre sono ibride, altre sono termini gergali usati in fabbrica, in bottega o nelle fattorie, altre ancora sono tratte dal vocabolario di altre lingue. Dall’italiano, ad esempio, il poeta attinge soprattutto i termini dell’opera lirica, di cui era appassionato. Non sempre questa operazione di selvaggia libertà lessicale risulta efficace, ma comunque rivela bene la sua tensione spregiudicata a nominare le cose come per la prima volta. Questo lessico è impiegato in un originale e libero pensare per versi.

Lo stesso si dica per la metrica delle poesie di «Foglie d’erba», che segue un’unità di pensiero o un’immagine anziché uno schema prefissato, rendendo i lunghi e disuguali versi whitmaniani più adatti a essere declamati anziché letti.

Lo ha molto sollecitato la figura del profeta biblico. Anche gli scritti profetici dell’Antico Testamento infatti sono da intendere come rivolti a un popolo che li ascolta e non semplicemente che li legge.

In un saggio su «la Bibbia come poesia», Whitman ricorda che gli antichi poeti ebraici senza rima e senza metro hanno creato una poesia che «trascende qualunque altro capolavoro». La forma poetica da lui scelta ha il suo limite facilmente intuibile in quella bizzarria che trasforma il poeta in predicatore, facilitando pose artificiose, ma anche lungaggini e ripetizioni.

Una raccolta di poesia “impura” che cresce e muta in quarant’anni di lavoro e applicazione, conferendo agli anni della maturità del suo autore-profeta un’aura sacrale, venerabile, leggendaria.

Nei suoi versi Whitman distingue tra un suo “io ideale” o, potremmo dire, la sua maschera da il suo io reale, cioè quello che realmente sentiva di essere.

Quando Whitman canta di se stesso, canta del suo io ideale, identificandosi con i “duri”, che poi sono i ragazzi di strada, gli schietti e robusti lavoratori che considerava la spina dorsale della terra americana e che incontrava sui marciapiedi affollati di Brooklyn e Manhattan. Se il “me stesso” che Whitman celebra in Canto di me stesso è turbolento, duro, atletico e vigoroso, il “me reale” che emerge chiaramente, ma forse meno visibilmente, dalla sua poesia è dolce, equilibrato, lirico, tendente a stare in disparte, elitario, oscuro: è il vero mistero, il “genio’ poetico”.

Molte pagine autobiografiche delle prose di Giorni rappresentativi ci danno conferma della sensibilità del suo “io reale”, che emerge con forza dal 1876, cioè dopo che ebbe vissuto la tragedia della guerra civile e dopo che ebbe superato la fase peggiore di una paralisi che lo colpì nel 1873. Alcuni passaggi, specialmente quelli frutto della sua grande sensibilità cromatica per contrasti, chiaroscuri ed effetti di luce screziata, sono di una bellezza commovente.

La distanza tra il “me stesso” e il “me reale” permette alla poesia di sgorgare come “desiderio” di coraggio, determinazione, entusiasmo a cui è sottesa un’intima dimensione di solitudine

L’impressione globale, anche proprio alla luce della distinzione fatta tra l’io reale e l’io ideale, è che la vera cifra per comprendere questa “Genesi Yankee”, come la definì C. S. Lewis, non sia l’entusiasmo, ma l’attesa.

I versi di Foglie d’erba attestano, se ben letti, l’attesa di una visione, il tendere inesausto verso una novità radicale, la profezia di un rapporto pieno tra l’uomo e la sua terra, di una fratellanza radicale tra gli uomini, di una laboriosità maestosa che sia reale con-creazione del mondo, l’attesa di una parola “vera” che dica la realtà e non resti solamente appesa a fantasie. Ogni verso di Whitman vive dell’immagine realizzata di questo desiderio.

di Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE