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Quelle tre parole
che cambiarono il mondo

· Gli effetti della domanda di Riccardo Ehrman dell’agenzia Ansa ·

«Mister Gorbačëv, abbatta quel Muro». Tear down this wall, aveva intimato in posa per la Storia davanti alla porta di Brandeburgo, il presidente Ronald Reagan, vecchia volpe hollywoodiana che aveva annusato l’aria che saliva dalla Berlino ancora divisa fra i due blocchi. O che forse, uomo di scena, non seppe resistere al richiamo del ruolo per protagonista solo.

Era il 1987, l’epoca in cui si pensava — ammise anni dopo il «New York Times» — che un presidente degli Stati Uniti potesse modellare i destini delle Nazioni «da Berlino a Bagdad», ignorando totalmente la complessità, le diversità e le irriducibilità altrui. Una sorta di re taumaturgo, come quelli medievali, dal tocco che risanava le società malate e cieche. Da Berlino a Bagdad appunto. Per almeno un quarto di secolo è stata accreditata questa lettura un po’ cinematografica della fine del Muro di Berlino, con l’irrompere in scena del leader del mondo libero che, con la potenza di una frase, apre la crepa fatale nel simbolo dell’oppressione ideologica. Come nella profezia di Ezechiele, il Muro vacillava sotto la spinta della verità offesa che risorgeva a reclamare il suo. Un finale epico. Ma non andò così. Ezechiele non pensava a Reagan. E infatti, per due anni, il Muro restò lì, roccioso. Fino alla sera del 9 novembre 1989. Tutto precipitò negli ultimi sette minuti di una storica conferenza stampa. Alle 19 in punto tutto era compiuto e il Muro entrava, allora sì, in agonia.

Fu, quel giorno, una domanda istintiva — fatta non sapremo neppure mai con certezza da chi — accese la scintilla alle polveri in diretta tv. E fu una risposta, goffa, di un burocrate della Ddr spedito in conferenza stampa ad accendere fumogeni di distrazione, a fare invece detonare quel che non aspettava altro che di esplodere. In tutto tre parole, fra domanda (Ab Wann? Da quando?) e risposta (Sofort, subito). Ma dopo quelle tre parole, allora sì, il mondo non fu più lo stesso e la profezia di Ezechiele si materializzò in un fiume umano festante che tracimò verso ogni varco fra le due Berlino, in una gioia selvaggia, incredula, tentativa, ancora circospetta. Ab Wann? Da subito. La liberazione è a un passo. È per subito. L’abbiamo sentito tutti. “Sofort. Sofort. Al Muro, al Muro”.

Il resto lo fecero l’impreparazione, la sorpresa, il togliersi di mezzo dei piccoli burocrati, che lasciarono sguarnite le postazioni per mancanza di ordini chiari dai burocrati meno piccoli, a loro volta lasciati a brancolare nel buio dall’apparato accecato dalla sorpresa. A un certo punto la pressione formidabile sui due lati del Muro si scaricò sull’ultimo rimasto in trincea, l’ultimo anello della catena, un soldatino al varco del ponte ferroviario della Bornholmerstrasse. Avrebbe dovuto impedire lui il ritorno a est di chi era passato a ovest, in quella confusione rabbiosa, gioiosa e pure minacciosa, decisa a far valere quel “da subito”. Così alla fine il colpo di grazia fu suo, con buona pace delle volpi hollywoodiane in posa. Il soldatino della Ddr alzò la sbarra e tanti saluti alla Storia e a chi la scrive. Fu allora che la gente impazzì e con ogni attrezzo che veniva alle mani si avventò sul Muro ferito che rovinava su chi l’aveva costruito e intonacato di menzogne ideologiche. In quelle ore irripetibili un giornalista italiano — riferiscono le cronache — fu indicato a un gruppo in festa come l’uomo che aveva lanciato il fatale Ab Wann? che aveva spiazzato lo sfortunato portavoce Gunter Schabowski. Riccardo Ehrman, dell’agenzia Ansa, riferiscono le cronache, fu festeggiato, abbracciato, baciato. Di certo sua fu una prima domanda, quella che introdusse l’argomento della riforma che avrebbe consentito i viaggi nella repubblica federale dei cittadini della Ddr «da ogni varco».

Pensata come uno zuccherino propagandistico, da gestire a rate e con prudenza, la mossa si rivelò letale, esplodendo in faccia a chi la confezionava: anche Berlino ovest, ovviamente, era l’altra Germania. E fu su questo punto che Schabowski, complice involontaria una funzionaria che lo assisteva e ci mise del suo, calpestò la buccia di banana e iniziò a scivolare dove non voleva, sempre più veloce. Infilzato dalla seconda domanda, lo sventurato rispose — per non saper che pesci prendere — che la cosa sarebbe partita da subito. Aprendo la stalla alla fuga dei buoi.

In diversi contendono oggi ad Ehrman la paternità della fatale e davvero storica seconda domanda — pure i giornalisti sono talvolta della pasta delle volpi hollywoodiane — anche se è normale credere che, da cronista di classe, Ehrman abbia applicato la regola d’oro del non mollare mai l’osso alla prima risposta evasiva. A leggere le trascrizioni di quei sette minuti, inoltre, si percepisce chiaramente che in diversi, accavallandosi e coprendosi a vicenda, l’osso l’avevano addentato, una volta imboccati da Ehrman. Ma una cosa, almeno, è certa. Fu Ehrman il primo a chiamare in redazione all’Ansa per annunciare: «È caduto il muro di Berlino». Il collega riagganciò, si guardò attorno e spiegò sottovoce al se stesso frastornato: «Riccardo è impazzito». Non era impazzito. La bestia era ferita e l’orda liberata la smembrava, cantando, a picconate, sassate e calci, e nessuno poteva più farci nulla. Uno scoop dell’Ansa, come riaccadde poi alla valorosa Giovanna Chirri l’11 febbraio del 2013 nel frangente delle dimissioni di Benedetto XVI, era tanto epocale da non sembrare vero. La storia svoltava nonostante i regimi, ed era la collera in eruzione dei piccoli e degli anonimi a tenere il timone, non il tocco taumaturgico dei re del secolo. Una domanda, e forse non per caso non attribuibile, aveva gettato un fiammifero acceso in una polveriera. Il destino del Muro si decise in quei sette minuti perché l’imponderabile ci mise lo zampino.

L’aver, invece, tenuto per articolo di fede per decenni che bastasse il tocco dell’Occidente — guida economica del pianeta — e dei suoi leader a ridurre a un’astratta democrazia ogni contraddizione fra le nazioni — ad abbattere il Muro di Berlino, ad esempio — costò cara agli Usa con le guerre del Golfo e l’11 settembre. Costò cara, e costa cara, a tutti con la terza guerra mondiale ormai combattuta a pezzi per tutto il pianeta, una guerra dentro l’altra come una matrioska, per procura, con le autobomba, con i disperati che si affidano al mare e il terrore che falcia innocenti nelle strade, nei supermercati, nei giornali, e sugli altari delle chiese e nei luoghi di culto. Il Muro di Berlino, aveva profetizzato Ezechiele in esilio, era destinato a cadere perché — come gli altri Muri che oggi dividono gli uomini — i suoi costruttori avevano usurpato il nome di Dio (della Verità se preferite) per separare gli uomini con una struttura di menzogna e oppressione. I Muri, dunque, non sono eterni: la materia di cui sono fatti può sbriciolarsi davanti all’uomo, non al re, che prende parola davanti alla domanda: Ab Wann?. “A che punto è la notte?”.

di Chiara Graziani

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19 novembre 2019

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