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Quelle «terre rare»  che la Cina si tiene strette

· Tensione commerciale tra Pechino e Tokyo ·

Si chiamano «terre rare», ma con la geografia e col turismo nulla hanno a che fare. Sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, fondamentali nella tecnologia high tech. La Cina controlla il 97 per cento della fornitura mondiale di questi metalli. Ora, a causa delle recenti tensioni diplomatiche con Tokyo in seguito alla collisione del 7 settembre scorso tra un peschereccio cinese e due motovedette giapponesi al largo delle isole Senkaku, il commercio delle «terre rare» è finito nell'occhio del ciclone: il Giappone accusa la Cina di aver imposto un «blocco de facto » di questi materiali causando così ingenti danni all'economia del Sol Levante.

L'allarme arriva direttamente dal ministero dell'Economia di Tokyo. Il blocco dell’export delle «terre rare» da parte della Cina potrebbe avere «un impatto considerevole sul Giappone». Il titolare del dicastero nipponico, Banri Kaieda, ha sottolineato ieri che «c’è la necessità di ristabilire i legami economici tra i due Paesi il più presto possibile». La tensione commerciale tra Cina e Giappone potrebbe avere ripercussioni gravi anche per il resto del mondo e in diversi settori. Tuttavia, nelle ultime ore ci sono stati segnali di distensione. Secondo la stampa giapponese, Pechino potrebbe riprendere l'esportazione dei metalli. Ma la notizia non è stata confermata da nessuna fonte ufficiale.

Le «terre rare» sono utilizzate in vari rami dell'industria e per la costruzione di tantissimi apparecchi: superconduttori, magneti, catalizzatori, componenti di veicoli ibridi, applicazioni di optoelettronica, fibre ottiche, risonatori a microonde. Gli esperti si attendono che per molti anni la richiesta mondiale di terre rare superi l'offerta di 40.000 tonnellate l'anno, a meno che non vengano scoperte nuove fonti. Tutte le «terre rare» pesanti del mondo (come il disprosio) provengono da depositi cinesi, tra cui in particolare quello di Bayan Obo. Numerosi giacimenti sono poi presenti anche nelle aree rurali. Negli ultimi anni miniere di «terre rare» sono state scoperte anche in Sud Africa, in Brasile e negli Stati Uniti. Una miniera in California sarà riaperta nel 2012 mentre altri siti in fase di studio sono quelli a Thor Lake nei Territori del nord-ovest e in alcune zone del Vietnam.

I problemi dell'export di «terre rare» colpiscono il Giappone in un momento non felicissimo per l'economia. La Bank of Japan (BoJ) ha fatto sapere che prenderà tutte le «misure politiche adeguate se l’ascesa dello yen metterà sotto pressione l’economia del Paese», promettendo di guardare «l’evoluzione del mercato dei cambi con grande interesse». Lo ha detto ieri il governatore Masaaki Shirakawa, intervenendo durante un convegno organizzato dalla comunità imprenditoriale di Osaka. «Mentre è in corso un attento monitoraggio su come il rialzo dello yen influenza l’economia, abbiamo più volte detto che la BoJ adotterà le misure di politica in modo tempestivo e appropriato se la moneta nipponica diventerà un fattore di rischio al ribasso per l’economia», ha spiegato Shirakawa, proprio nella giornata in cui il dollaro si è nuovamente indebolito sullo yen, a quota 84,14, scivolando ancora sui minimi degli ultimi quindici anni. Secondo i media nipponici, l'istituto centrale discuterà eventuali azioni di allentamento della politica monetaria nella riunione del 4-5 ottobre.

Intanto, il Governo del Giappone sta valutando la possibilità di un nuovo piano di stimolo dell’economia, cinque volte più ampio di quello varato la scorsa settimana. La spesa prevista in questo nuovo piano è infatti di 4.600 miliardi di yen (circa 54,7 miliardi di dollari), assai più alta rispetto agli interventi da 917 miliardi approvati la scorsa settimana con l’obiettivo di creare occupazione e stimolare la spesa di aziende e famiglie. La necessità di un nuovo piano è evidenziata dai dati odierni sull’export nipponico, che hanno mostrato un preoccupante rallentamento, anche a causa del rafforzamento dello yen. Resta il nodo del finanziamento dei nuovi interventi: l’emissione di nuovi bond sembra esclusa, dal momento che il debito pubblico del Giappone è già il più alto del mondo, vicino al 200 per cento del pil. Un segnale positivo è arrivato oggi dalle imprese: la fiducia delle aziende giapponesi è salita oltre le attese nel terzo trimestre, il quarto secondo l’anno fiscale nipponico. L’indice Tankan della Bank of Japan è salito da uno a otto punti rispetto al secondo trimestre, segnando il sesto miglioramento consecutivo.

Quella nipponica è l'economia sudasiatica più colpita dalla crisi. E nuovi rischi si prospettano all'orizzonte. Ieri il numero due del Fondo monetario internazionale (Fmi), John Lipsky, ha dichiarato che la crescita globale nelle seconda metà dell’anno è rallentata. «Nella prima metà dell’anno, la crescita globale è risultata un po' più sostenuta di quanto pensassimo; gli sviluppi più recenti indicano, comunque, che la crescita è rallentata nella seconda parte dell’anno e questa debolezza si protrarrà fino agli inizi del 2011. La crescita sarà inferiore alle nostre previsioni» osserva Lipsky in un discorso pubblicato sul sito internet del Fmi, nel quale precisa: «Ci aspettiamo che il rallentamento sia temporaneo, i rischi al ribasso per le economie avanzate sono evidenti». Fra questi «figurano nuove tensioni sui mercati del debito che potrebbero innescare nuova pressione sulle istituzioni finanziarie», ha aggiunto Lipsky, sottolineando che «un punto è chiaro: il processo di riparazione del sistema finanziario non è completato». Una riparazione efficace — ha aggiunto Lipsky — «sarà critica per spianare la strada a una crescita più forte e sostenuta, necessaria per ridurre in modo significativo l’elevato tasso di disoccupazione nelle economie avanzate».

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