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Quelle porte dischiuse

· Ufficio oggetti smarriti ·

«Con Chiedo asilo (1979) comincia il cinema di domani. Quello degli anni Ottanta, ma anche quello del Duemila. E non a caso lo si deve a Marco Ferreri che al cinema italiano, in passato, ha già impresso dei mutamenti di rotta a volte anche bruschi e dissacranti ma sempre particolarmente innovatori, e suggestivi. A contemplarlo un po’ a distanza, il film, come mi aveva anticipato il suo autore giorni or sono, è “un viaggio nell’universo del bambino”, se lo si studia da vicino, però, è anche un itinerario segreto nelle coscienze, nella società e nella vita di oggi rappresentato con modi in apparenza semplicissimi, quasi elementari, a misura dell’infanzia, ma percorso in realtà da un filo misterioso che dà sensi “altri” a ogni azione e a ogni reazione». Basterebbe questa semplice e stupenda inquadratura di Gian Luigi Rondi (pubblicata sul giornale «Il Tempo») per capire come mai, nel quarantennale di Chiedo Asilo di Marco Ferreri, a noi interessa ricordarlo. «Tutto si fa per i bambini» diceva Charles Peguy, e tutto possono i bambini nelle nostre vite. E tutto ciò sembra ricordarci questo curioso e nascosto piccolo grande film del 1979.

La trama: Roberto (Roberto Benigni) è maestro d’asilo della periferia di Bologna, per la prima volta le sue colleghe vedono un uomo intento a occuparsi dei bambini piccolissimi. Fa cose da uomo del futuro con istinto da bambino primordiale. Per esempio porta la tv all’asilo e ne discute con i bambini. Biblicamente diremmo che si fa piccolo tra i piccoli, propone (per fare un altro esempio) ai bambini la conoscenza di un ragazzo particolare, molto dolce e forse un po’ lento: Luca. Roberto poi s’innamora di Isabella, una ragazza madre che presto lo sarà anche di suo figlio. Poi c’è Gianluigi, un ragazzo handicappato che sembra irrimediabilmente imprigionato nella sua guerra, e infine il mare che attende tutti quanti. I genitori e le autorità fanno il loro mestiere: fraintendono nevroticamente e si lamentano senza esserci. Ecco il film. Perché ne stiamo parlando, dopo quarant’anni?

Per comprendere Chiedo asilo occorre probabilmente premettere una cosa circa il cinema di Ferreri. Il suo Dillinger è morto (1969) è il capolavoro dal quale partire: un film capace di isolare e sezionare l’incomunicabilità e la follia occidentale del benessere fine a se stesso. Ma soprattutto di isolare e ritrarre la gioiosa incomunicabilità del cinema stesso, rinunciando felicemente alla necessità di trattare un film come un’assemblea di condominio al termine della quale tutti i conti devono tornare. Il protagonista di quel film non è necessariamente cattivo, non gli serve il male per far fuori con un colpo in testa sua moglie. Quell’uomo, semplicemente, non esiste. Non c’è. Non vi è in lui traccia umana, buona o cattiva che sia. Il morto è lui che vive senza vita. E allora veniamo a Chiedo asilo dove, all’improvviso, la vita entra attraverso quella dei bambini. Il cinema di Ferreri non odia l’umanità, semplicemente non si fida dell’uomo. Cosa resta direte voi? Il bambino. Ecco cosa resta. Chiedo asilo non è meramente il titolo del film, sembra più una sorta di richiesta civile, l’infanzia come unica patria possibile in un mondo nel quale l’orrore e la meschinità degli uomini ci ha resi apolidi senza aver mai fatto un passo da casa nostra.

Chiedo asilo di Ferreri non è un film completamente riuscito, anzi è un film che Ferreri (come talvolta gli è accaduto) perde di mano, gli scivola in quel solco bizzarro che sta fra il documentario della vita a scuola e le battute e i dialoghi a mano libera (una sorta di free jazz cinematografico) affidati alla sensibilità bambina di Benigni e alla sapienza infinita dei bambini. Il maestro interpretato da Benigni non è un uomo che commette l’errore tipico della contemporaneità (fissare le regole prima di entrare in rapporto con le cose) ma approda alla conoscenza degli altri e di se stesso come ci arrivano i bambini, con innocenza senza calcolo e trattando ogni respiro del creato come nuovo. Messo lì per te. Gli altri sono nuovi e tuoi, tu sei nuovo e loro. Se pensi come un bambino sei salvo, nessun bambino è disperato perché non ragiona in termini di plausibilità ma di necessità di gioia, di doverosa felicità da reclamare con applicazione giornaliera. Giocando con tutta la serietà che l’infanzia seleziona. Il film di Ferreri non ha morali o messaggi direttamente decrittabili, come del resto spesso accade nei suoi altri lavori, semplicemente lascia una porta dischiusa. Per quasi tutta la sua carriera da quella porta ha fatto breccia il disincanto, la disillusione circa la possibilità dell’uomo di far qualcosa di vagamente sensato dei propri giorni. Una disperazione tale da sembrare, di quando in quando, quasi una gioia. Poi sono arrivati i bambini. Stavolta da quella porta entreranno loro. I bambini non salveranno il mondo, essi sono il mondo.

di Cristiano Governa

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17 settembre 2019

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