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Quelle passeggiate del cavalier Agnelli

· Il destino industriale di Torino ·

Anche se ormai viviamo in una società post-industriale, dove è più facile imbattersi in stabilimenti in disuso che in fabbriche in attività, restiamo figli dell’industrializzazione, di quel cambiamento cioè che, a partire dall’Inghilterra del Settecento, ha trasformato radicalmente una parte del mondo. Ma pare che oggi ci siamo lasciati alle spalle i problemi legati a questo cambiamento. Non ci pensiamo più, non ci domandiamo più quali fossero i legami dell’industria con il passato, e quali i punti di rottura. Insomma, non cerchiamo più di capire le innovazioni che hanno cambiato il mondo. Proprio per questo deficit di attenzione nei confronti di un aspetto della vita sociale i cui effetti sono ancora così presenti nel panorama di oggi, è molto interessante la ristampa di un piccolo libro di Oddone Camerana, L’enigma del cavalier Agnelli , a cui è stato aggiunto un altro testo illuminante, Fantasmi a Detroit .

Il libro — scritto da un discendente di quell’Agnelli che ha fondato la Fiat, e che nell’azienda ha lavorato a lungo, in posizioni importanti — indaga i complessi rapporti che intercorrono fra un luogo e un geniale imprenditore. Facendo capire come non sia stato per caso che proprio lì sia nata la più importante industria italiana e, a sua volta, a Detroit la più grande fabbrica americana di automobili. Esiste infatti un legame forte e evidente fra l’uomo innovatore e la storia del territorio.

Nel libro — che immagina lunghe passeggiate di Agnelli per Torino durante l’occupazione delle fabbriche nel 1920 — è proprio la riscoperta di quel legame che fa prendere al cavaliere, incerto se trasferirsi in Belgio, la decisione di riafferrare il timone della sua azienda.

Gli itinerari prevedono vagabondaggi in varie zone della città: il quadrilatero della carità, dove sono concentrate le opere dei grandi santi sociali torinesi (Cafasso, don Bosco, Cottolengo, la marchesa di Barolo), l’itinerario dei rifugiati, quello dei pionieri, quello degli eccentrici e, infine, l’itinerario della pietra e del silenzio. In ognuna di queste passeggiate — illuminate da lapidi e monumenti che ne rivelano il senso — il cavalier Agnelli trova qualcosa di sé, scopre le sue radici. Con i santi sociali le similitudini si rivelano numerose: comune diffidenza nei rapporti con Roma e con il potere centrale, ossessione per l’ozio, «nel quale vedevano l’origine di tutti i mali, di tutte le perversioni e di tutte le sbandate» che li portava a individuare nel lavoro la via di salvezza.

Una comunanza evidente soprattutto con don Bosco: «Entrambi suggerivano enigmi e sembravano custodire segreti di una potenza visionaria che li isolava dagli altri e li rendeva poco amabili».

E poi l’itinerario degli esuli che a Torino avevano trovato rifugio: Gobineau, Kossuth, Nietzsche, Salgari, Gramsci. Tanti avevano cercato pace nel capoluogo piemontese, benché indubbiamente fosse una città «difficile, in cui ci si può stare, ma a certe condizioni». Anche Agnelli, se fosse andato in Belgio, sarebbe diventato un esule.

Torino è stata anche una città di pionieri. Francesco Virgilio, che introdusse in Piemonte, con fatica, la coltivazione della patata, Francesco Cirio, pioniere dell’industria conserviera, ma anche fabbricanti di birra e di cioccolata: «Essere città Pilota vuol dire costruirsi un destino che si paga caro». I costi di questa scelta li conosceva bene il cavaliere, che però era anche attratto dai grandi eccentrici che avevano vissuto a Torino negli ultimi decenni: la casa e lo studio di Cesare Lombroso, il campo volo periferico di Venaria, dove l’ingegner Aristide Facciuoli era uso sperimentare i suoi aeroplani. Questi ultimi non ebbero molta fortuna: «In una città che subiva sempre la tentazione di diventare un catino dominato dalla disciplina e dove non si parla se non di quello che si sa e che è utile, l’eccentrico era uno spreco delle energie necessarie ai destini scelti».

L’ultima passeggiata si svolge due anni dopo, nel 1922, anno in cui il cavaliere Agnelli si reca sul colle della Maddalena per controllare il punto in cui avrebbe fatto erigere il grande faro della Vittoria.

Ma la città era già altro ed egli, «come ogni reduce delle ultime guerre, come ogni generale in servizio o in pensione, ogni professore dotto e ogni cittadino attardato in qualcosa avrebbe allo stesso tempo colto i segni di un mutismo sopravvenuto e di una afonia improvvisa. Come loro, egli si trovò solo, a osservare l’inerzia scesa su quanto aveva contribuito a legarlo alla sua città nei momenti difficili». Cioè quel segreto che fa di una città un vivo centro industriale, su cui — ricorda Camerana nella nuova introduzione — si riflette ancora oggi, quando il destino industriale di Torino pare di nuovo controverso: «Caserme, fabbriche, chiuse o in funzione, ricoveri immensi, religiosi e laici, carceri, ospedali, stadi, mattatoi, villaggi operai, gasometri, depositi, arsenali, convalescenziari. Misteri protetti da chilometri di muri, invisibili e sempre muti salvo quando si animano a ore fisse e improprie per ingoiare o eruttare fiumane di piccoli uomini muti e chiusi come muri».

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