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Quelle passeggiate con Ungaretti

· ​Vent'anni dalla morte del poeta Elio Filippo Accrocca ·

Vent’anni fa moriva Elio Filippo Accrocca (1923-1996), «uno dei maggiori interpreti della poesia italiana del secondo dopoguerra» (Enciclopedia on line Treccani, sub voce). Tre eventi dolorosi incisero sulla sua vita: la morte della madre quand’era ancora in tenera età; il bombardamento del quartiere romano di san Lorenzo, il 19 luglio 1943; la morte dell’unico figlio diciottenne, Stefano, il 6 settembre 1973. Eventi che hanno segnato — anche il primo, del quale mai si parla perché egli stesso non ne parlava — la lirica di Accrocca, pervasa da un intenso legame con Roma, le sue piazze, i suoi monumenti, eppure nient’affatto dimentica delle proprie radici, che l’avevano visto nascere a Cori da umile famiglia, nella quale dominava il ricordo di «nonno Pippo», «bevitore fine, analfabeta, vecchio galantuomo».

Elio Filippo Accrocca

Da Cori suo padre Livio si trasferì ben presto a Roma, dove aveva trovato posto come ferroviere e dove Accrocca visse e crebbe nel quartiere popolare di san Lorenzo. Iscrittosi alla facoltà di Lettere alla “Sapienza”, vi ebbe come professore di Letteratura moderna e contemporanea Giuseppe Ungaretti, con il quale stabilì un legame profondo, esistenziale e affettivo prima ancora che intellettuale. Egli stesso mi raccontò come, dopo le lezioni universitarie, con tre suoi compagni (me ne fece anche i nomi, ma li ho dimenticati) lo accompagnasse a piedi fino a casa, imparando da quella passeggiata più di quanto aveva appreso sui banchi. Ungaretti fu relatore della sua tesi di laurea, poi testimone alle sue nozze.
Nel 1947 Accrocca discusse la sua tesi, sulla «Poesia italiana della Resistenza»; in quegli stessi anni — assieme ad amici pittori quali Vespignani, Buratti, Muccini — dette vita al “Gruppo di Portonaccio”. Nel 1949 pubblicò il suo primo volume, Portonaccio: un’agile raccolta di quattordici liriche scritte negli anni precedenti, pervasa dal dolore generato dalla tragedia del bombardamento di Roma. Quello struggimento giovanile sulle macerie del quartiere di san Lorenzo fu avvertito da Ungaretti alla stregua di una «voce di estrema tenerezza di fronte alla terribilità degli eventi», «davanti a inermi, povere cose»; tuttavia, nella breve presentazione che fece alla raccolta, egli colse soprattutto nel segno allorché definì la lirica di Accrocca come «la più refrattaria a farsi attanagliare in regole» che non fossero «quelle reclamate dalla propria ispirazione».
Con quel primo volume — al quale seguirono Caserma 1950 (1951) e Reliquia umana (1955) — si aprì una prima fase poetica di stampo neorealista, decisamente marcata dall’orma ungarettiana, che si chiuse dieci anni più tardi con Ritorno a Portonaccio (1959), opera nella quale confluirono anche i suoi testi precedenti. Una fase, come s’è detto, segnata dalla tragedia del conflitto («La guerra, aborto d’uomini / dementi, è passata sulla / mia casa di San Lorenzo») e da una certa qual nostalgia delle origini. Portonaccio, infatti, non fu solo il canto dolente sui corpi straziati di figure amiche, ma anche la confessione pubblica di un amore perenne, e vivo verso la «propria» terra d’origine, la sua infanzia, le sue radici, che egli respirava nel contatto con il padre («Hai sulla mano i segni del mestiere / antico, padre, quando ritornavi / da Santa Margherita con le some / di legna caricate sulle mule»).
Con gli anni Sessanta, Accrocca si aprì a nuove esperienze. Pur senza aderire al “Gruppo 63”, colse in profondità il senso della ricerca della neoavanguardia mettendone a frutto le nuove sperimentazioni sul linguaggio. La svolta è segnata dal volume Innestogrammi / Corrispondenze (1966), in cui, tuttavia, permane traccia degli antichi temi; è qui, infatti, nella lirica Porta Ninfina (incentrata sui quartieri del paese natio abitati dalla sua famiglia), che egli dà libero sfogo alla nostalgia, fino ad allora mai celata, ma neppure gridata a squarciagola come invece in questi versi, che per molti aspetti rimangono tra i suoi più belli: forse l’imborghesimento di Roma — che faceva già presagire la caotica situazione degli anni Settanta, spesso oggetto delle sue poesie — lo portava a idealizzare il ricordo di un tempo e di luoghi dove l’umanità dei rapporti era schietta e l’amicizia sincera.
Ormai la prospettiva gli appariva mutata e anche la capitale non era più vista con gli occhi di un tempo, come mostra la raccolta del 1973, Roma così. Parallelamente, si ampliavano gli orizzonti geografici fino ad abbracciare l’Europa, ovest-est. Accrocca, europeista convinto (è significativo, a riguardo, il volume Europa inquieta, del 1972), diede prova in quegli anni d’intuizioni profetiche, stabilendo contatti e facendosi promotore d’incontri con il mondo d’oltrecortina, nell’intima convinzione che proprio la poesia e l’arte avrebbero potuto ricostruire l’unità frantumata da linee di demarcazione obbedienti a una politica poco rispettosa della storia e della cultura.
Nel settembre del 1973 l’esistenza di Accrocca fu devastata dalla morte del figlio Stefano, causata da un incidente motociclistico. Egli sperimentò allora una tragica continuità con l’esistenza del proprio maestro: anche a Ungaretti era morto un figlio, Antonietto, e questo evento aveva lasciato traccia evidente nella sua lirica (esemplari, in tal senso, Il dolore, del 1947, e Un grido e paesaggi, del 1952). La morte di Stefano verrà “narrata” da Accrocca nella sezione “Domande” del volume Siamo non siamo, edito da Rusconi nel 1974, con prefazione di Giorgio Petrocchi (che valutava quelle liriche «istanti d’alta validità stilistica»), poi ancora nel volume Il superfluo, edito nella celebre collezione mondadoriana «Lo specchio» nel 1980. Nel dialogo a tratti disperato con il figlio, la sua voce sembra ritrovare quegli accenti di «estrema tenerezza» additati da Ungaretti trent’anni prima.
Mai pago di ricercare, desideroso di dare un senso autentico della vita, di trasmettere e suscitare emozioni, nel 1984 pubblicò il volume Esercizi radicali, emblematico delle nuove frontiere da lui attraversare nella sperimentazione linguistica. L’ultima sua grande fatica fu però il colloquio che nel corso degli anni intrecciò con la celebre statua mutila che dà il nome a una delle più note vie di Roma. Lo sdraiato di pietra (1991) raccoglie infatti i lunghi discorsi col “babuino” e il sottotitolo della raccolta ne fornisce la chiave di lettura: Colloquio-soliloquio a tu per tu col «babuino» che è in noi. Ricordo che parlai più volte con lui del volume prima che venisse pubblicato: era emotivamente preso da quella meditazione.
Accrocca morì improvvisamente l’11 marzo 1996. Io stesso ne celebrai le esequie nella chiesa parrocchiale di Casal Palocco: oltre alla sua lezione di arte e di vita, mi resta il ricordo di un certo velo di malinconia che lo avvolgeva a causa della marginalizzazione di cui si sentiva oggetto da parte di molta critica. Possano i suoi versi tornare a far discutere e suscitare nuove domande sul senso della vita e della storia.

di Felice Accrocca

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