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Anche Hollywood s’inchinò a quelle fossette

· Il 29 agosto 1915 nasceva a Stoccolma Ingrid Bergman ·

Quelle quasi impercettibili fossette sulle guance, alla luce di un sorriso, hanno incantato, e continuano a incantare, generazioni di spettatori. E a quelle fossette s’inchinò anche Hollywood. Un’intrigante miscela di fascino, dolcezza e classe, condita dalla disarmante capacità d’interpretare un’ampia gamma di ruoli, ha fatto di Ingrid Bergman — di cui il 29 agosto ricorre il centenario della nascita e il trentaquattresimo anniversario della morte — una delle icone più rappresentative del cinema: icona che il passare del tempo non ha scalfito, né appannato. 

All’età di undici anni vi fu l’illuminazione, grazie alla quale capì quale corso avrebbe intrapreso la sua vita: il padre la condusse a teatro e in quell’occasione la bambina, come più avanti annotò nel suo diario che portava sempre con sé, si convinse che sarebbe diventata un’attrice. Aveva saputo vedere lontano e nel suo successo trova ennesima conferma una grande verità enunciata da Thomas Mann: «Il talento di una persona consiste nella capacità di crearsi un destino». Due infatti gli Oscar vinti come migliore attrice: per Angoscia (1945) e per Anastasia (1957). Per Assassinio sull’Orient Express (1975) le fu assegnata la preziosa statuetta come migliore attrice non protagonista.
Il suo primo ruolo fu quello di una cameriera nel film del 1935 Il conte della città vecchia: una piccola parte, ma sufficiente a richiamare l’attenzione del regista Gustaf Molander, allora sugli scudi. Grazie a lui nell’arco di quattro anni, dal 1935 al 1938, interpretò più di dieci film. Fu nel 1936 che ebbe luogo la prima consacrazione, con il film Intermezzo, in cui interpreta un’insegnante di pianoforte: sarà il suo passaporto per Hollywood, tanto colpirono quegli occhi in cui brillava una sorta di vellutata tenerezza. Ma dietro il suo sguardo dolce e seducente, si nascondeva in realtà una determinazione di ferro: tanto che anche durante il tirocinio della gavetta era solita opporre una tenace resistenza quando il regista di turno tentava di affibbiarle, a priori, una parte, senza un’adeguata valutazione delle complesse e intrecciate dinamiche che ogni film comporta. Nel suo diario, infatti, scrisse: «Detesto i ruoli imposti». Una sorta di austera intransigenza che richiama l’aura di Greta Garbo e di Marlene Dietrich.
Ingrid maturava nel frattempo la consapevolezza che per guadagnare uno scranno nell’empireo delle grandi attrici, avrebbe dovuto varcare i confini della sua pur amata Svezia. Come pure ben sapeva che l’unica via per raggiungere tale obiettivo poteva offrirla un film destinato a fare epoca. E il destino era lì, dietro l’angolo: Casablanca, del 1942, con un attore che era già un mito, Humphrey Bogart. In verità questa pellicola, da principio, non si riprometteva di lasciare chissà quale impronta. Prova ne sia che fu girata a basso costo (tra l’altro alla regia vennero contestati alcuni errori sul versante della ricostruzione storica). Ma l’intesa sullo schermo con Bogart fu semplicemente magica: lei, nella parte di Ilsa che, quasi in un sussurro, dice «Suonala, Sam, suona “Mentre il tempo passa”» (eco struggente del suo corrisposto amore parigino per Rick, al tempo della seconda guerra mondiale) e le sue lacrime, nella scena finale dell’addio all’aeroporto, l’impronta l’hanno lasciata, e indelebile. E se qualche critico cinematografico aveva ancora qualche dubbio circa le sue qualità di attrice, venne definitivamente dissuaso da qualsivoglia perplessità l’anno successivo, quando con un altro mostro sacro, Gary Cooper, interpretò Maria nel film Per chi suona la campana, tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway sulla guerra civile spagnola. La parte della protagonista, all’inizio, era stata affidata a una certa Vera Zorina: fu lo stesso Hemingway a storcere il naso di fronte a questa scelta e pretendere che fosse Ingrid la «sua Maria» accanto all’affascinante Robert. Anche in questo caso, la scena finale la vede in lacrime, abbracciata al suo amato, prossimo alla morte. Quando la pellicola cominciò a circolare, un critico scrisse: «Sfido a trovare uno spettatore, uomo o donna, che non abbia pianto con lei». Ma la grandezza di Bergman si misura proprio sul fatto che oltre a far piangere, ha saputo anche far ridere. Basti pensare a una delle commedie più celebrate degli anni d’oro di Hollywood, Indiscreet (1958) accanto a uno spumeggiante Cary Grant. Le sue fossette, mai così intriganti come nella scena in cui cerca di far ingelosire il suo uomo (vuole vendicarsi di lui perché ha scoperto che si finge sposato per non sposarsi veramente) sono una sorta di manifesto di una comicità che — grazie al gioco pirotecnico di scintillanti dialoghi e di incalzanti schermaglie verbali — raggiunge vertiginose altezze. La coppia funziona a meraviglia: era già successo sul set di Notorius (1946), dove i due si scambiarono il bacio passato alla storia come il più lungo di Hollywood (nonostante i tagli della censura).
La carriera di Ingrid Bergman conobbe una tappa assai importante anche in Italia. Dopo aver visto il film Roma città aperta annotò nel suo diario di essere rimasta «folgorata»: stessa sensazione la provò per Paisà. Decise allora di scrivere al regista Roberto Rossellini (che sarebbe diventato suo marito) una lettera, rimasta famosa, in cui si dichiara pronta a recitare per lui. «Se ha bisogno di un’attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei» ammiccava Ingrid. E poco dopo verrà girato il film Stromboli. Ma, come talvolta accade anche ai migliori attori, non tutti i film in cui recitò furono un successo. Il peccato di Lady Considine (1949), diretto da Alfred Hitchcock, fu un vero e proprio fiasco. Si dice che l’attrice, di fronte agli spietati strali lanciati dalla critica, subì quasi un collasso nervoso. In soccorso venne lo stesso Hitchcock che, con il suo consueto diabolico umorismo, per confortarla le disse: «Coraggio, del resto è solo un film!».

di Gabriele Nicolò

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