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Quelle formule
trascritte con cerini usati

· ​In «The one man» l’elogio del sapere scientifico e della sua trasmissione ·

È anche un inno al valore della scienza il bellissimo libro di Andrew Gross The one man (New York, St. Martin’s Paperbacks, 2017, pagine 460, dollari 9,99) ambientato ad Auschwitz, un luogo di dolore e di morte da cui tutti i deportati vorrebbero fuggire. Ma c’è un uomo che, al contrario, deve riuscire a entrarvi, senza essere scoperto e quindi ucciso, per realizzare una missione quasi impossibile: liberare il fisico Alfred Mendl, le cui particolari e segrete conoscenze scientifiche sono decisive per la vittoria delle forze alleate nella seconda guerra mondiale. 

Una volta deportato nel campo di concentramento, il professore vede finire le sue carte con i preziosissimi appunti — il lavoro di una vita — sotto gli stivali degli ufficiali delle ss, per essere calpestate e stracciate. E le altre carte che era riuscito a salvare, nascondendole nella fodera del suo logoro cappotto, verranno poi bruciate dai nazisti ignari del loro valore scientifico e strategico.
Ma in quel tragico scenario dove quotidianamente viene violata la dignità della persona e dileggiata ogni forma di cultura, Mendl è sostenuto dall’incrollabile determinazione a porre un argine, anche in senso simbolico, alla distruzione del sapere: compie quindi il poderoso sforzo di ricordare a memoria tutte le formule per poi trascriverle, con l’aiuto di cerini usati, in minuscoli frammenti di carta. Ma la sua mente geniale è sempre più debilitata da privazioni e soprusi e così il professore — temendo che tutti i frutti del suo appassionato lavoro vadano perduti prima che altri possano raccoglierli — va alla disperata ricerca di un detenuto cui trasmettere le sue eccezionali conoscenze, e che sia in grado di recepirle e poi diffonderle a sua volta.
Quando s’imbatte in un giovane prigioniero che brilla e domina nel gioco degli scacchi, il fisico capisce subito di aver trovato la persona che cercava. Sono pagine eccelse quelle in cui l’autore descrive «il faticoso e paziente passaggio del testimone» — durante lunghe notti insonni dopo i logoranti lavori forzati di un’intera giornata — da un eminente professore al giovane Leo, che ha una solida mente scientifica ma un’istruzione debole. Dapprima l’allievo recalcitra di fronte all’opera di indottrinamento, ma poi è sempre più conquistato da quelle formule in cui riposa una cultura che, in quanto espressione del sapere universale, trascende la dimensione nozionistica del numero e del calcolo. E la vera lezione — tanto più significativa ed esemplare perché impartita in un luogo simbolo della negazione di valori e sentimenti — consiste proprio nel far comprendere a Leo che l’autentica ragion d’essere della scienza non sta solo nella conoscenza in sé, quanto piuttosto nell’imperativo di trasmetterla e condividerla, per contribuire così al progresso dell’intera collettività. È questa lezione a costituire uno dei tratti qualificanti di un libro che fa riflettere e avvince. E che fa commuovere.

di Gabriele Nicolò

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23 novembre 2017

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