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Quelle buone notizie
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· La «Sacrosanctum concilium» e la traduzione dei testi liturgici ·

Le disposizioni della costituzione sulla liturgia circa l’uso di traduzioni liturgiche nelle lingue nazionali produssero frenesia e grandi aspettative. Che cosa significava veramente quella decisione? Dove avrebbe portato? Chi avrebbe fatto le traduzioni? Come sarebbero state? Il Consilium istituito da Paolo VI per mettere in atto la costituzione sulla liturgia iniziò ben presto ad affrontare alcuni di questi aspetti. Sebbene le forze della Santa Sede fossero largamente impegnate a riformulare i libri latini, nell’ottobre 1964 una circolare del cardinale Lercaro, presidente del Consilium, già spiegava chiaramente il suggerimento del concilio (Sacrosanctum concilium, n. 36, 3) secondo cui almeno in ognuna delle principali lingue vi dovesse essere una sola traduzione della liturgia.

Giuseppe Monguzzi, «L’ultima cena» (1990)

Circa un mese prima della conclusione del concilio, nel 1965, si tenne a Roma un convegno per traduttori, nel quale intervennero vescovi ed esperti. Papa Paolo VI, che esaminava continuamente i segni dei tempi, rivolse ai partecipanti un discorso dove sottolineò la responsabilità dei traduttori liturgici e, come è noto, disse che le traduzioni stavano diventando «la voce della Chiesa». Precisò anche che, mentre il linguaggio doveva essere facilmente comprensibile, doveva però anche essere «degno delle realtà celesti che significa, diverso dalle abitudini del linguaggio quotidiano utilizzato nelle strade e nelle pubbliche piazze, tale da toccare la mente e infiammare il cuore con l’amore di Dio».

Con un occhio alla continuità, vediamo in queste osservazioni in apparenza semplici di Papa Paolo VI un’eco delle parole di Pio XI, che definiva la liturgia «l’organo più importante del magistero ordinario della Chiesa», ma anche del patriarca Teodoro Balsamone, che insisteva su «versioni esatte delle preghiere comuni» e della richiesta del Sant’Uffizio di traduzioni nel linguaggio non «volgare, bensì erudito».

In seguito, il Consilium stabilì diversi altri punti riguardanti la traduzione, ma guardando a quegli anni è evidente che, man mano che avvenivano i cambiamenti liturgici, la questione delle traduzioni adeguate passava in primo piano. Nel 1967 furono inviate ai vescovi norme provvisorie per la traduzione del Canone Romano e, qualche mese dopo, per il Graduale Simplex. Ma ce n’erano altre, e fu ben preso evidente che sarebbe stata necessaria una serie di norme più coordinate.

Il gruppo costituito per redigere tali norme iniziò il suo lavoro nell’aprile 1967 e la nona assemblea generale del Consilium nell’ottobre 1968 approvò la bozza di una serie di queste norme liturgiche, che fu poi sottoposta all’esame di Papa Paolo VI. Era intesa come documento di lavoro, senza aver forza di legge, ed era redatta in francese, che all’epoca era generalmente considerata la seconda lingua degli italiani colti e anche la seconda lingua della Curia Romana. Si dice che il Papa, che parlava un francese elegante, abbia ricevuto una traduzione italiana piuttosto mediocre da esaminare. Ad ogni modo, poco prima del capodanno del 1969 rispose che in generale le norme erano approvate, ma che le riteneva un po’ lunghe. Entro la fine del mese furono pubblicate in francese, con il titolo Istruzione (a quanto pare su desiderio di Papa Paolo VI). Tuttavia, malgrado il titolo, lo status a esse accordato continuò a essere piuttosto basso, e Comme le prévoit, come era chiamata, rimase solo un documento del Consilium. Di fatto, il documento non fu mai pubblicato in latino, né apparve mai nelle pagine degli Acta Apostolicae Sedis.

Il documento espone prima i principi generali, poi tratta casi particolari e conclude discutendo le procedure per l’organizzazione del lavoro. È rigido nell’insistere su una traduzione delle formule sacramentali essenziali che sia integrale e fedele, senza variazioni, omissioni o aggiunte. Ribadisce il principio di una singola traduzione in ciascuna lingua. In Comme le prévoit troviamo anche saggi accenni alle insidie del lavoro di traduzione, come per esempio il fatto che una singola parola si evolve nel corso dei secoli, e alla trappola di ignorare come parole simili hanno mutato il loro significato nelle diverse lingue (i cosiddetti false friends). Avverte anche della differenza che esiste tra riconoscere con l’occhio le parole scritte su una pagina e le parole pronunciate catturate dall’orecchio (un grosso problema in inglese e in francese, per esempio).

Gran parte del contenuto è del tutto apprezzabile, poiché di fatto il documento è riuscito a riunire molta dell’esperienza comune dei traduttori liturgici fino ad allora. Mirava, in larga misura, a evitare l’imposizione di uno stile di traduzione più simile a quello dei vecchi messali tascabili dei fedeli, e faceva un appello a favore di uno stile dignitoso e di un linguaggio religioso tradizionale, indicando anche il pericolo di affidarsi al latino scolastico e sottolineando l’importanza di lasciare emergere le idee della Bibbia.

I punti deboli dell’istruzione rispecchiano in qualche misura il carattere lapidario delle disposizioni della Sacrosanctum concilium. In un documento come la costituzione questa essenzialità è deliberata. L’arte è quella di dire abbastanza, ma non troppo, lasciando spazio a un’applicazione prudente in modi che non erano prevedibili dal punto di partenza. Quando le norme vengono messe in pratica, le questioni sono ancora presenti, ma l’equilibrio è diverso. Detto ciò, Comme le prévoit peccava forse un po’ d’ingenuità, cercando di essere tutto per tutti. Cosa però ancor più fatale, parlava, seppur brevemente, di «adattamenti» da compiere nelle traduzioni.

E le conseguenze? Non conosco abbastanza bene ciò che è accaduto nell’ambito degli altri principali gruppi linguistici europei da poter fare commenti, ma posso evidenziare alcuni aspetti del contesto internazionale di lingua inglese nel quale Comme le prévoit è entrato e dei quali difficilmente potrei attribuire la responsabilità ai suoi redattori. Mi pare comunque evidente che fornì abbastanza appigli a quanti erano stati attratti e impressionati dall’esempio molto concreto di Good News for Modern Man.

Che cos’è Good News for Modern Man?, vi sento domandare. Forse alcuni lo ricorderanno. Era una traduzione del Nuovo Testamento pubblicata nel 1966. Mi dicono che in cinque anni ne furono vendute circa trenta milioni di copie. In seguito completarono anche l’Antico Testamento e chiamarono l’intera Bibbia Good News Bible: The Bible in Today’s English Version, e ancora più avanti Good News Translation. Viene ancora pubblicata. Fu un tentativo sincero di trasmettere alla gente il messaggio salvifico di nostro Signore, in una prospettiva protestante, ossia mettendo da parte quello che i traduttori consideravano un linguaggio “formale”. Non è l’unica traduzione di questo genere, perfino in inglese. L’idea era in parte di offrire ai cristiani in Asia e in Africa un testo della Bibbia in un inglese per loro più facilmente comprensibile, che tra l’altro sembrava essere adatto anche ai giovani in Occidente, il cui contatto con le comunità cristiane tradizionali stava diminuendo. Un testo semplice che facesse centro con la freschezza del messaggio di Gesù. Era questa l’ambizione, e le milioni di copie vendute ne testimoniano l’influenza.

La filosofia sottostante, come ho affermato, chiaramente deve molto al punto di vista protestante, e all’idea di potersi liberare dell’intermediario — specialmente la Chiesa, i sacerdoti — e mettere il credente cristiano direttamente in contatto con Dio. Dal punto di vista cattolico, ovviamente, si direbbe che la Chiesa ha un ruolo importante nel trasmettere non solo il testo della Bibbia, ma anche la Parola di Dio, nella quale s’intende compresa anche la tradizione, e nel mediare la grazia in Cristo attraverso i sacramenti. Dopotutto, il Signore stesso non ci ha lasciato nessuno scritto. I testi del Nuovo Testamento furono prodotti in seguito, su ispirazione dello Spirito Santo, da discepoli cristiani, da dentro le comunità cristiane. Più tardi fu la Chiesa, attraverso un lungo processo, a stabilire il canone delle Scritture, che definì, e quindi limitò, il corpo dei libri ispirati, respingendo un numero notevole di vangeli apocrifi, epistole, atti.

Sebbene questa traduzione della Bibbia non avesse alcun legame formale con la Chiesa cattolica, offrì però un contesto culturale popolare per l’interpretazione di Comme le prévoit. Inoltre, la traduzione inglese che circolava di Comme le prévoit era praticamente una riscrittura, e il risultato fu una serie di linee guida ancor più vaghe di quelle originali francesi. In pratica, si ridusse a una semplice regola, l’“equivalenza dinamica”, laddove purtroppo la traduzione non sempre era equivalente e ancor più raramente dinamica. Questa era una sorta di stenografia dell’approccio alla traduzione, diffusa dall’accademico protestante e pastore statunitense Eugene Nida, personaggio di rilievo nel mondo delle American Bible Societies. Tale scuola di pensiero utilizzava l’espressione “equivalenza dinamica” (talvolta detta “equivalenza funzionale” o, più di recente, “pensiero per pensiero”) per descrivere un certo tipo di interpretazione più libera dell’originale. L’approccio opposto finì con l’essere definito “equivalenza formale”, e talvolta viene indicato in modo semplicistico con “parola per parola”.

Quindi eccolo, Comme le prévoit. Un documento di status piuttosto incerto, di carattere provvisorio, pioniere nel suo modo di indicare alcuni compiti e insidie, ma basato su un’esperienza limitata e, in ultima analisi, incompleto, un po’ fuorviante e insoddisfacente nei risultati. E tuttavia l’obiettivo era alto.

di George Pell

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11 dicembre 2019

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