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Quell’appuntamento saltato tra d’Annunzio e padre Pio

· L’inquieta modernità di un grande poeta sommerso dagli aneddoti ·

 

È accaduto più volte, nel corso dei centocinquant’anni che ci separano dalla  nascita di Gabriele d’Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863), di minimizzare la portata di questo scrittore italiano di rara caratura europea. Il suo considerevole contributo alla civiltà del Novecento resta pertanto in gran parte misconosciuto, sommerso com’è Gabriele dagli aneddoti ameni o piccanti  che fanno di lui quasi una maschera da aggiungere ai  Pulcinella, Arlecchino, Pantalone. Più delle sue opere, sono infatti note le avventure del seduttore, a cui le belle dame, cadendo ai suoi piedi, non avrebbero resistito; per non dire delle prodezze sportive o del rovinoso bisogno del superfluo con i lussi da sibarita che lo costringeranno all’espatrio, inseguito dai creditori. Tuttavia non si considera che la leggenda di sé,  basata su stravaganze e scandali sotto i riflettori della nuova società di massa, è tempestiva invenzione dello stesso d’Annunzio: senza attendere la sentenza dei posteri, egli ha fatto del «vivere inimitabile» il punto di forza della propria fama.

 

Ma  sta a noi andare oltre la facciata di questo divismo performing-self, all’avanguardia quando si inaugurava il secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle. Il secolo “breve”, compresso fra la prima guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino; il secolo «più straordinario e terribile della storia umana» (Hobsbawm), dove totalitarismi e modernizzazione hanno  proceduto di pari passo consegnandoci una tragica eredità. Mentre  oggi le frontiere sembrerebbero spalancarsi e l’Occidente annovera la nuova Unione europea in un mondo globalizzato, giunge puntuale l’occasione commemorativa.

 

D’Annunzio ha molto da suggerire ai nostri giorni travagliati, a patto però che si sgombri la scena  dall’istrione levantino per concedere finalmente il primo piano allo studioso rimasto troppo a lungo dietro le quinte. Incontriamo così il d’Annunzio che dota di strumenti aggiornatissimi il laboratorio in cui produce le sue opere di poeta,  narratore, drammaturgo,  giornalista, saggista, oratore. Come risulta innanzitutto dalla sua superstite biblioteca, ricca di circa quarantamila volumi conservati al Vittoriale, cittadella monumentale, sulle rive defilate del Garda, allestita dal reduce dalla guerra e dall’impresa di Fiume, che lì ha trascorso ininterrottamente gli ultimi anni, fino alla morte (1921-1938).

 

 di Annamaria Andreoli

 

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21 agosto 2019

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