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Quell’Annunciazione da ritrovare

· Un’ipotesi di ricerca emerge dai documenti di Leonardo ·

Ogni aspetto della vita e dell’opera di Leonardo è stato indagato a fondo da generazioni di studiosi, ma è curioso che nessuno abbia ancora pensato a una semplice quanto impegnativa e promettente ricerca, quella che risultasse in un elenco completo di tutte le volte che Leonardo menziona o cita se stesso, sia che ricordi di aver visto o fatto qualcosa come protagonista o spettatore, sia che prenda nota di incontri o situazioni che lo portino ad esprimere un’opinione o un giudizio. Di qui la possibilità di un libro che in inglese avrebbe il vantaggio di giocare su un titolo a sorpresa, e cioè Leonardo on Leonardo , come a dire Leonardo che parla di sé o che cita se stesso, e quindi una biografia senza precedenti in quanto avrebbe l’affidabilità di un’autobiografia.

L’enorme progresso che gli studi vinciani hanno avuto nell’ultimo cinquantennio rende ora possibile datare con precisione quasi matematica ogni scrittura autografa di Leonardo nelle migliaia di fogli e frammenti che costituiscono l’imponente lascito cartaceo dei suoi manoscritti e disegni. Si sa però che tale lascito non rappresenta che una piccola parte di quello che era alla morte di Leonardo in Francia nel 1519. Si è accertato infatti che almeno altrettanto materiale è andato perduto nel corso dei secoli, e forse proprio la parte più spettacolare e quindi più facilmente soggetta a dispersioni come quella di trattati in versione pronta per la stampa, come pure disegni e cartoni la cui esistenza è testimoniata da documenti o da abbozzi preliminari.

Un altro aspetto dell’eredità di Leonardo, che solo di recente ha cominciato ad essere presa in seria considerazione, e quindi alla stregua della sua opera autografa, è quella delle copie di suoi scritti compiute in vari tempi e circostanze direttamente da suoi manoscritti andati poi dispersi e forse perduti per sempre.

Si tratta in particolare di scritti di argomento artistico raccolti in apografi come nel caso del codice archetipo del suo Libro di pittura, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana dove pervenne nel secolo XVII con la biblioteca del Duca di Urbino. Compilato intorno al 1530 da Francesco Melzi, suo fedele allievo, erede ed esecutore testamentario, già a fine Cinquecento era stato oggetto di una selezione dei suoi testi intesa a farne un manuale pratico per pittori. Venivano così esclusi molti testi di ordine teorico e scientifico compreso l’intera sezione introduttiva sul tema del paragone delle arti, ed è questa redazione abbreviata, più volte ricopiata per essere diffusa fra pittori e accademie, che veniva pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1651 come Trattato della pittura di Leonardo.

L’archetipo vaticano veniva pubblicato da Guglielmo Manzi solo nel 1817, ma solo nel 1873 si ebbero gli studi critici di Max Jordan seguiti, nel 1882, dall’imponente edizione critica a cura di Heinrich Ludwid. Edizioni di carattere più accessibile anche dal punto di vista della lingua cominciarono ad apparire a fine Ottocento e soprattutto agli inizi del secolo scorso quando monsignor Enrico Carusi, nel 1919, pubblicava una prima concordanza con i testi ancora rintracciabili nei manoscritti autografi, prova ulteriore dell’accuratezza delle copie e quindi dell’impressionante quantità di scritti autografi perduti.

Di qui l’inizio di un lento processo di rivalutazione critica di quei testi anche dal punto di vista della cronologia, in particolare con le mie pubblicazioni degli anni Sessanta del secolo scorso che mi avrebbero portato all’edizione critica e in facsimile con la preziosa assistenza filologica di Carlo Vecce (Firenze, Giunti 1995).

È dunque in questa edizione che ogni testo appare anche con una proposta di datazione secondo criteri presentati nell’introduzione insieme con opportuni apparati e tavole di concordanza. Il capitolo 58 nella seconda parte del codice, uno di quelli che furono esclusi dalla redazione abbreviata, si presenta con un entusiasmante problema cronologico in quanto contiene il riferimento di Leonardo a una propria esperienza e conseguente giudizio su un’opera d’arte di carattere religioso e di autore ignoto, da lui vista in un momento indeterminato della sua vita. Per una giusta valutazione del problema occorre considerare l’intero testo, qui riprodotto, per rendersi conto del modo in cui il ricordo autobiografico risulta parte di un processo mentale di per sé collocabile in una situazione temporale accertabile su basi comparative con scritti autografi di Leonardo.

E questo mi aveva portato in un primo tempo a pensare ai primi anni del Cinquecento, mentre ora sono più che mai convinto trattarsi del periodo del soggiorno di Leonardo in Vaticano intorno al 1515. In breve egli menziona il dipinto di una Annunciazione per criticarlo con impareggiabile efficacia e gustosa ironia, un fatto recepito da pochissimi commentatori senza mai porsi il problema del quando, cioè della data di quella esperienza. E infatti Giuseppina Fumagalli, nella sua antologia del 1939, si sofferma su quel ricordo solo per coglierne tutta la carica arguta di prorompente ilarità affermando che Leonardo «si diverte nel ritrarre il terrifico angelo annunziante e la terrorizzata Vergine» per concludere che in lui «sono non frequenti i momenti di allegria dovuti alla stupidaggine altrui, ma ci sono».

Se mal non m’appongo, l’unico dei grandi critici che si sia soffermato su questo testo è Kenneth Clark, che nel suo Leonardo del 1939 così lo commenta: «Tornerebbe utile ipotizzare sull’autore di questo dipinto da lui visto in questi giorni , e verrebbe subito spontaneo pensare a Botticelli, che nell’esuberanza delle sue ultime opere si lasciò andare ben oltre il classico decorum ». Un Botticelli dunque del tempo della Calunnia di Apelle , ma le sue Annunciazioni tarde, come l’affresco staccato degli Uffizi e quella in due pannelli nel Pushkin Museum di Mosca, sono animate in modo pur sempre garbato e decoroso, per nulla violento come doveva essere quella vista da Leonardo. E del resto le centinaia di esempi, soprattutto dal Duecento al Quattrocento — disponibili in classici repertori come l’ Index of Christian Art o l’ Ikonographie der christlichen Kunst di Gertrud Schiller — sono sempre ispirati a un tradizionale senso di decorum .

L’attitudine dell’angelo, secondo Leonardo, avrebbe dovuto essere di «timorosa reverenza» e non di «tale audazia e prosonzione» da provocare nella Vergine un effetto che «paia disperazione», come se l’angelo, invece di recare un annuncio, «faccia uno comandamento dello <...>». Osservando il testo originale ci si rende conto che lo spazio lasciato in bianco dal copista contiene una parola di sette lettere come la parola «effetto» che si legge direttamente al disopra nel precedente rigo. È ben probabile che la parola di difficile lettura per il copista fosse «sgherro», parola di sette lettere che non si trova altrove in Leonardo, ma che c’è in testi da lui ben conosciuti, come il Morgante del Pulci, in Lorenzo de’ Medici e così via.

Caratteristica degli sgherri doveva essere proprio quella di portare ordini e «comandamenti», da parte delle autorità, in modo violento e antipatico. Nella Disciplina degli Spirituali di Domenico Cavalca il comandare e la figura dello sgherro vengono associati in un discorso in cui si criticano i modi di arroganti prelati: «Spesso in presenza di secolari, per far del grande, comandano non con umile modestia di religiosi e padri, ma con alterigia e parole da signori, dicendo anche alcuna volta ai loro fratelli, per una certa grandezza e impazienza, parole più ingiuriose e villane che non direbbe uno sgherro a un suo ragazzo». L’analogia con il capitolo del Libro di pittura di Leonardo è sorprendente, anche nella costruzione della frase.

Fin dal 1964, con la mia edizione del perduto Libro A di Leonardo, segnalavo la tavoletta di una tarda Annunciazione di Signorelli nella Johnson Collection di Philadelphia (23 x 89 centimetri, proveniente dalla raccolta di Giacomo Mancini a Città di Castello) come esempio di immagine da ricercare. Nel 1932 Berenson l’aveva giudicata «severa, come se fosse di Michelangelo». E per il Salmi (1953) la scena «di tocco spigliato e d’intonazione bronzea» ha «il respiro di un affresco».

È dunque più probabile che Leonardo avesse visto un affresco o una pala d’altare piuttosto che un piccolo dipinto. E benché l’intero capitolo che contiene il singolare ricordo possa mettersi in rapporto con scritti autografi del periodo romano — in particolare i testi sulla pittura nel Codice Atlantico, che sono dello stesso stile e carattere e perfino con una frase del tutto simile sulla necessità di rapportare la mente del pittore alle facoltà ricettive dello specchio —, si sa che durante il suo soggiorno in Vaticano, dal settembre 1513 all’autunno del 1516, Leonardo si spostava spesso altrove dove richiesto dai suoi protettori dell’entourage papale: a Parma nel 1514, a Firenze e a Milano nel 1515 e ancora nel 1516; per cui l’ Annunciazione da lui vista «in questi giorni» andrebbe ricercata in una vasta e complessa area geografica.

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26 gennaio 2020

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