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Quell’anelito vitale
che segna
la storia umana

· Nella presentazione alla stampa ·

«La pace non è un’utopia o un vago sogno», ma un anelito «vitale e propulsivo che segna» la storia umana: forte di questa convinzione il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha presentato giovedì 12 dicembre, nella Sala stampa della Santa Sede, il messaggio del Papa per la 53ª Giornata mondiale della pace, che si celebrerà il 1° gennaio. Del resto, ha fatto notare il direttore Matteo Bruni introducendo gli interventi, «non si è estinto il desiderio di pace nel mondo fin da quel turbolento Sessantotto in cui Paolo VI diede per primo questa risposta in piena epoca di Guerra fredda e di corsa alle armi atomiche».

Da parte sua il porporato africano ha osservato come nel contesto della festa del Natale che si avvicina, la nascita di Gesù sia stata anche celebrata dagli angeli come «evento di pace». L’evangelista Luca in proposito ricorda che i pastori decisero di mettersi in viaggio verso Betlemme. Ecco allora che il messaggio 2020 si ricollega a quel primo cammino di gioia e di pace dei pastori, visto che «il cammino della pace è anzitutto e sempre un cammino di speranza», verso questo «bene prezioso», sebbene la sua piena realizzazione sfugga all’umanità per vari motivi elencati nel documento papale, riassumibili nei multiformi conflitti e nell’ingiustizia sociale.

Successivamente sono intervenuti il segretario del Dicastero, Bruno Marie Duffé, e la professoressa Gabriella Gambino, sotto-segretario della sezione per la vita del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. In inglese Duffé ha commentato soprattutto le ultime parole del titolo del messaggio, definendo la «conversione ecologica» auspicata dal Pontefice «una nuova strada per considerare il futuro della vita del nostro pianeta»: di ogni tipo di vita, ha specificato. Per questo, «c’è bisogno di essere toccati e abitati da chi soffre violenze e guerre anche oggi», ha fatto notare rimandando al testo papale che cita gli Hikabusha, ovvero i sopravvissuti all’orrore nucleare di Hiroshima e Nagasaki incontrati durante il recente viaggio in Giappone.

In questo modo, ha spiegato Duffé, il Papa offre una riflessione capace di legare passato e futuro, rilevando come in tale ottica la pace appaia più che mai un “processo” che inizia a partire «dal nostro sguardo sugli altri», senza emarginazioni o esclusioni, né manipolazioni delle persone. Anche perché, ha concluso il segretario del Dicastero, «dall’esperienza cristiana impariamo che Gesù è il Principe della pace»; di conseguenza rientra nella vocazione e nella missione della Chiesa il sostegno a iniziative di pace e la promozione di una cultura dell’incontro basata sul rispetto per contrastare la tendenza dominante che tende a ridurre le persone a categorie.

Da parte sua la professoressa Gambino ha portato una significativa voce femminile a questa presentazione interdicasteriale. «La Chiesa nutre la speranza della pace attraverso la trasmissione dei valori cristiani, le opere sociali e l’educazione — ha esordito — ed è innegabile che il luogo primario per l’apprendimento e la pratica della cultura del perdono e della pace sia la famiglia». Perciò il Dicastero da lei rappresentato ha tra le priorità proprio la cura del matrimonio e della sacralità della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento fino alla morte naturale.

La famiglia è però sottoposta a sfide che la indeboliscono — ha osservato — rendendola incapace di essere luogo di artigianato della fraternità e della pace persino tra i suoi membri; perciò occorre adoperarsi per rimetterla al centro dell’attenzione pubblica, rinforzandone la stabilità. Del resto, il posto marginale che oggi le viene riservato è alla base della crisi della democrazia. «Tutto è ridotto a una scelta — è stata la denuncia di Gambino — nella quale siamo soli e la solitudine genera paura, disorientamento e sospetto».

Infine, come madre ha sottolineato alcuni aspetti riguardanti i giovani: «La famiglia cristiana ha nel suo Dna il compito di testimoniare ai figli una visione delle cose secondo Dio, mostrando che esiste la libertà perché esiste una verità. Quanto è importante insegnare ai nostri figli come rinunciare alla cultura del dispotismo di sé e a vivere non da schiavi, che tutto pretendono». Ciò implica da parte delle famiglie una «conversione ecologica»: ossia «uno sguardo sulla vita capace di condivisione, di accoglienza della sofferenza, della debolezza, della fragilità». Per questo il Papa chiama «a un dinamismo di “uscita”: per sapere “entrare” nella vita quotidiana degli altri» accorciando le distanze e toccando la carne sofferente di Cristo in ogni singolo individuo. Ecco allora la necessità di prendersi cura di tutte le fragilità: anziani, persone con disabilità, bambini, che vanno protetti da ogni forma di abuso, inclusa quella generata dalla pervasività dei social media e dall’uso eccessivo degli smartphone». Essi, infatti, finiscono col vivere immersi in un mondo artificiale fatto di «divertimento, sessismo, violenza, banalità», mettendo a rischio «il loro bisogno di autentiche relazioni, di fiducia e di capacità di dono», ha concluso.

Al termine della conferenza, dopo le domande dei giornalisti agli intervenuti, Bruni ha ricordato il sesto anniversario della morte del vaticanista Benny Lai.

di Gianluca Biccini

Pubblichiamo l'intervento della professoressa Gambino

Ringrazio, a nome del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, l’invito di Sua Eminenza il Cardinale Turkson a presentare insieme questo messaggio in un orizzonte di profondo spirito fraterno di collaborazione inter-dicasteriale nella Chiesa.

“La Chiesa nutre la speranza della pace attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione” (Papa Francesco), ed è innegabile che il luogo primario per l’apprendimento e la pratica della cultura del perdono, della pace e della riconciliazione (Benedetto XVI, Africae Munus, 42) sia la famiglia.

Il nostro Dicastero ha, tra le sue priorità, proprio la cura della famiglia e del matrimonio, delle fragilità e della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale.

La famiglia è oggi sottoposta a forti sfide, che la indeboliscono, rendendola spesso incapace di essere luogo di “artigianato” della fraternità e della pace tra i suoi membri. Per questo, in virtù del mandato che al nostro Dicastero è stato affidato dal Santo Padre, dobbiamo adoperarci per rimettere la famiglia al centro della nostra attenzione, poiché essa è il cuore per lo sviluppo e la promozione di una pedagogia della pace. Dobbiamo pensarla come un filo rosso cheattraversa tutte le questioni legate alla mancanza di pace: se rinforziamo la famiglia, se ne rinforziamo la stabilità e la capacità di fiducia e affidabilità che essa è in grado di trasmettere ai propri figli, possiamo renderla luogo di generazione della speranza. Poiché è in essa che, date determinate condizioni, i piccoli possono imparare il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene e il perdono. Solo dall’interno della famiglia possono scaturire un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli. Perciò, anzitutto come cristiani, siamo chiamati a sostenere la famiglia stabile, fondata sull’alleanza coniugale, sulla pace e la fiducia reciproca.

Non peraltro, ma il posto marginale che nella riflessione pubblica riserviamo alla famiglia è alla base della crisi di un’autentica democrazia e della pace. Ce lo aveva già ricordato Papa Francesco nella Giornata per la pace 2017.

Eppure, abbiamo tutti una vocazione fraterna e filiale, una chiamata a riconoscerci come figli e fratelli. Laddove la nostra fraternità è generata dalla nostra “comune origine da Dio”, da un Padre. Ed è la famiglia il luogo della nostra origine, il luogo in cui prende forma la consapevolezza di ogni uomo di avere un Padre che, con la vita, lo chiama ad amare, ad essere-per-amare in ragione della sua natura filiale. Siamo Figli di un Dio Padre, che ha disegnato la nostra libertà nel quadro di una promessa di un amore. Eppure, nella società secolarizzata, nella quale siamo indotti a pensare la nostra libertà a partire dalla mancanza della nostra condizione filiale, come orfani siamo privati dell'orizzonte della promessa. Tutto è ridotto ad una scelta, ad una decisione autoreferenziale, nella quale siamo soli. E la solitudine genera paura, disorientamento e sospetto. In questo contesto, la stabilità familiare va promossa e protetta a livello culturale, politico e sociale. La “cultura del provvisorio” che travolge le famiglie di tutto il mondo, infatti, ci disorienta e disorienta soprattutto i nostri figli, le nuove generazioni. Per questo, proprio nell’ottica di costruire le condizioni per la pace nei cuori dei nostri figli, la famiglia cristiana fondata sul matrimonio, sull’alleanza tra i coniugi e tra le generazioni, è una via privilegiata per insegnare la pace, l’ordine, la fiducia e la fraternità, irraggiandosi come promessa su tutta la società. Essa può essere “scuola di umanizzazione” (Papa Francesco) e di socialità, dove impariamo a custodirci gli uni gli altri nella corresponsabilità.

E’ innegabile, infatti, che la famiglia cristiana ha nel suo DNA il compito irriducibile di testimoniare ai suoi figli una visione cristiana della realtà, cioè una visione delle cose secondo Dio, mostrando alle nuove generazioni che esiste la libertà perché esiste una verità, un orizzonte di comprensione del mondo e della realtà. Quanto è importante insegnare ai nostri figli i limiti, le con-dizioni dello stare al mondo, il dire-con l’altro la realtà. Mostrare loro come rinunciare alla cultura del dispotismo di sé e insegnare loro a vivere da figli, e non da schiavi, che tutto pretendono e vogliono a qualsiasi costo.

In fondo, i punti di riferimento sono i limiti; la capacità di riconoscere l’importanza della differenza, ci rende capaci di rispettare gli altri, dando pace ai nostri cuori.

Ciò implica da parte di tutti noi una “conversione ecologica”: uno sguardo sulla vita capace di condivisione, di accoglienza della sofferenza, della debolezza, della fragilità umana, perché debolezza e fragilità trasformano le relazioni. Perché i nostri limiti sono occasione di relazioni con gli altri (se ci pensiamo bene dalla fame si genera la preghiera al Padre: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”).

Per questo Papa Francesco chiama la comunità cristiana ad un dinamismo di "uscita": per sapere "entrare" nella vita quotidiana degli altri, per saper accorciare le distanze, toccare la carne sofferente di Cristo nelle singole persone, disponendosi ad accompagnare l'umanità in tutti i suoi processi.

Ed è per questo che accanto alla cura della famiglia, il nostro Dicastero si occupa delle fragilità della vita: gli anziani, le persone con disabilità, i bambini, che oggi vanno protetti da ogni forma di abuso, inclusa quella generata dalla pervasività dei social media, dall’uso eccessivo degli smartphone che, se da un lato possono essere una risorsa, dall’altro ci gettano all’interno di quella che viene definita dagli esperti una rivoluzione digitale, che richiede ormai una seria riflessione da parte di tutti. Gli studi mostrano come divertimento, sessismo, violenza, banalità sono il “materiale” di cui è fatto l’ambiente in un cui vivono immersi la maggioranza dei bambini nel mondo, mettendo a rischio il loro bisogno di autentiche relazioni, di fiducia e di capacità di dono di sé.

Scrive il Santo Padre nel messaggio che presentiamo oggi: “Che ogni persona, venendo al mondo, possa sviluppare la promessa di amore, di vita e di pace che porta in sé.” E’ un messaggio fortissimo, un messaggio vocazionale. Ci sta chiedendo di creare le condizioni affinché il raggio della paternità di Dio si possa presentare agli occhi di ogni figlio che viene al mondo come un cammino di amore, una vocazione, il destino di una vita. Che le famiglie devono poter mostrare ai propri figli. Noi, come cristiani, crediamo nell’amore di Dio: questa certezza è il messaggio di speranza e pace da trasmettere ai nostri figli.

Come Chiesa e come famiglie possiamo, dunque, lavorare insieme per creare le condizioni perché ciascuno dei nostri figli possa camminare “tra le cose belle” che il Padre ha pensato per lui. Solo così potremo generare un’autentica cultura dell’incontro e un desiderio di pace nel cuore di ogni uomo.

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