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Quell'anelito a vette ecclese
e a sogni smisurati

· Le città ideali ·

Luoghi fatti per pensare più che per viverci: sono le città ideali in cui si esprime l’anelito umano a vette eccelse e a sogni smisurati. Il loro itinerario è percorso con zelo e passione dal giornalista e scrittore Fabio Isman nel libro Andare per le città ideali (Bologna, il Mulino, 2016, pagine 143, euro 12) in cui vibrano insieme passione per la conoscenza e fascino dell’ignoto. L’Italia pullula di città ideali dalla struttura geometrica regolare, frutto di visioni laiche o di esoteriche cosmogonie.

Georg Braun e Franz Hogenberg, «Antica mappa di Palmanova» (1598)

E il suggestivo viaggio è cadenzato da numerose tappe: a Terra del Sole, voluta da Cosimo i de’ Medici nel 1546 in Romagna, ad Acaya, in provincia di Lecce; a san Leucio, frazione di Caserta, e nelle città-operaie Crespi d’Adda e Solvay a Rosignano. Si passa poi alle città di fondazione fascista, come Latina e Sabaudia, nel Lazio, e ad Arborea e Fertilia in Sardegna. L’itinerario comincia da Aquileia per rileggere l’eccellenza — sottolinea Isman — generata da una colonia militare di tremila fanti, e per capire come essa diventerà una città-stato tra le più importanti del tempo, nonché un faro nell’irradiarsi del cristianesimo nel nord-est. Ricorda l’autore che la più antica città ideale si incontra nella Bibbia, dove è scritto: «Costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo». È l’eterna brama di altezze che mai saranno raggiunte. E infatti la Torre di Babele collassa e quel popolo è «disperso su tutta la terra» (Genesi, ii, 1-4). Ma questo fallimento non inibirà l’uomo dal continuare a coltivare sogni di gloria. Tanto che non cesserà di progettare e in parte realizzare agglomerati urbani che facilitino la comunicazione con il divino. E di quella prima città ideale esiste un’iconografia consolidata: basti pensare alla Torre di Babele (1563) di Bruegel il Vecchio. Ma la città ideale non risponde solo a criteri architettonici o a standard geometrici, ma s’ispira anche a istanze etiche. Platone ne La Repubblica fa dire a Socrate come deve essere la polis, cioè lo stato ideale. La città, spiega Socrate, «non viene fondata perché sia felice una sola classe di cittadini», ma perchè lo siano tutti. A sua volta sant’Agostino, nei ventidue volumi del De Civitate Dei, scritti dal 413, formula la risposta cristiana alla città di Platone, teorizzando la città del Signore, che va difesa da quanti «al suo fondatore antepongono i propri dei».

In questa sorta di dibattito interviene poi Campanella con la Città del Sole: è circolare, posta su un colle, con sette mura dedicate a sette pianeti. È retta da un principe metafisico, il cui tempio rotondo si eleva al sommo di sette gradoni cosmologici. Insomma la città del sole si contrappone a quella di Dio. Sarà nel Rinascimento, tra la fine del xiv e gli inizi del xvi secolo che le città ideali raggiunsero il massimo fulgore. Nell’Historiae Florentini populi (1415) Leonardo Bruni accosta per primo la struttura architettonica della città a quella politico-sociale, che ha per fine l’armonia. Ne sono precursori e alfieri Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti.  

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15 novembre 2019

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