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Scrivere di sacro

· In una raccolta di saggi Maria Luisa Doglio indaga il continente sommerso della letteratura religiosa ·

Con una raccolta di saggi Maria Luisa Doglio, italianista di grande sensibilità e acutezza e penna di rara eleganza, torna a uno dei territori privilegiati della sua riflessione letteraria. Il titolo del volume Scrivere di sacro (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2014, pagine 118, euro 22) deriva da Emanuele Tesauro, il maggior teorico seicentesco della «lingua che crea» ma, considerando che «il sacro eccede il religioso» (Mircea Eliade), è il sottotitolo, Forme di letteratura religiosa dal Duecento al Settecento, a definire l’idea maestra del libro. Uno spazio, quello del religioso, poco frequentato dagli studiosi nonostante alcune presenze critiche di folgorante vitalità (da Giovanni Getto a Vittore Branca, da Giorgio Petrocchi a Giovanni Pozzi solo per citare alcuni nomi) e nonostante l’interesse per la mistica femminile, un campo fertile dove le donne, opponendo rivelazione a interpretazione, ritagliarono un ruolo alternativo al dominio teologico maschile e alla mediazione sacerdotale. 

Giorgio Caproni

Nella premessa, esemplare per chiarezza, l’autrice dà indicazioni di metodo e spiega le sue scelte, tracciando la linea unitaria che lega tra loro i sei saggi. Nel continente sommerso della letteratura religiosa Maria Luisa Doglio si addentra seguendo un andamento cronologico che permette di definire un percorso e concentrando la sua attenzione su autori, opere e temi poco esplorati o frettolosamente giudicati marginali.
Con uno sguardo panoramico, dove l’ampiezza non toglie profondità, al contrario spalanca prospettive, l’autrice fa oggetto della sua ricerca Angela da Foligno, mistica e magistra theologorum; un’opera religiosa di Teofilo Folengo; il laudario di Giovenale Ancina, singolare testimonianza della celebrazione di Maria tanto diffusa nella cultura della Controriforma; l’interpretazione seicentesca di un santo universale come san Francesco; la seicentesca celebrazione della Sindone, vista più come reliquia sabauda che come immagine religiosa; la dimensione spirituale nella poesia di Giovanni Meli.
Non potendo entrare nel dettaglio di un volume così ricco, mi soffermerò sul saggio che dà l’avvio e su quello che conclude la raccolta. L’itinerario parte da una straordinaria figura di donna, Angela da Foligno, il cui cammino spirituale è segnato dal modello francescano. Nata alla metà del Duecento da famiglia agiata, dopo la morte del marito e dei figli rinunciò a tutti i suoi beni dedicandosi alla cura e alla consolazione dei poveri e dei malati. Angela non ha voce profetica, non dialoga con il potere, non è un esempio di scrittura femminile perché sono frati trascrittori a dare forma scritta alle visioni mistiche, traducendo le sue parole dal volgare umbro al latino ecclesiastico. Eppure Angela fonda un grande modello che avrà lunghissimo magistero (fino a Teresa d’Avila ma anche a Francesco di Sales e ad Alfonso de’ Liguori) e un nuovo genere letterario, quello delle rivelazioni. Se per lei non si può
parlare di scrittura femminile, si può invece parlare di «un formulario mistico femminile».
Angela sperimenta l’incontro con Cristo e lo fa nella pienezza del suo essere donna e madre, come suggerisce la splendida ricorrente immagine dell’abbraccio. La rivelazione per lei coincide con la tenerezza tutta umana di stringere tra le braccia il Bambino Gesù e l’incontro tra l’uomo e Dio viene paragonato a un abbraccio: «Perché mai una madre abbracciò il figlio, né altra persona al mondo si può immaginare che abbracci con tanto amore, quanto con maggiore Dio abbraccia l’anima. E la stringe a sé con dolcezza e amore da dover credere che nessun uomo di questo mondo lo possa immaginare se non chi l’abbia sperimentato». Del resto all’idea dell’infanzia Angela torna nel momento del suo congedo dal mondo, nella norma che lascia ai suoi figli spirituali: «Cercate di essere piccoli».
Il percorso lungo il quale l’autrice conduce il lettore, che inizia nel pieno del duecentesco fiorire della letteratura religiosa, si conclude nel secolo dei Lumi e della laicizzazione della cultura con Giovanni Meli, protagonista dell’ultimo saggio. Questo medico-letterato, che dalla poesia trasse un affinamento di sensibilità e dall’esercizio della professione un affinamento di umanità, esprime un profondo sentimento religioso.
In un siciliano rivendicato come illustre lingua letteraria Meli — poeta oscillante tra gusto popolareggiante, armonie arcadiche, suggestioni della classicità e amore per le avventure cavalleresche — si fa interprete di un’istanza spirituale dalla forte tensione morale, civile e sociale. Cantore della malinconia, delle inquietudini umane, del mistero delle grandi domande che restano irrisolte, egli esprime un rapporto con il sacro di straordinaria modernità. Più che «trascendenti certezze» nei suoi versi affiora la fede nel comandamento evangelico dell’amore e della fraterna solidarietà, al di fuori di «ogni impalcatura teologica, dogmatica, ecclesiastica». Qualcosa di simile al rapporto con il sacro descritto due secoli dopo da Giorgio Caproni: «prego… non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste; ma come uso soffrire / io, perché Dio esista».
In queste pagine Maria Luisa Doglio si conferma una raffinata umanista la cui vita di studio è organica a un’idea di civiltà, come del resto rivela la premessa nel richiamo a un legame — che è insieme memoria e dialogo — tra generazioni di studiosi, maestri ormai lontani e perduti e compagni di strada. Non a caso questo volume è edito da Edizioni di Storia e Letteratura, un’editrice di cultura fondata nel clima di barbarie dei primi anni Quaranta del Novecento da quel geniale e umanissimo studioso che fu don Giuseppe De Luca e che, dopo oltre settant’anni di appassionato impegno, mantiene intatto il suo carattere di rigorosa officina del pensiero. «Quando un libro esce — amava ripetere il suo fondatore — nulla è finito ma qualcosa comincia».
Un libro denso di conoscenze, scoperte e intuizioni quello che Doglio consegna ai lettori, sollevando il polveroso velo della dimenticanza per restituire al presente preziosi frammenti del passato.

di Francesca Romana De' Angelis

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13 novembre 2019

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